Scritti… con la divisa

    0
    30

    Continua il nostro viaggio nel mondo della naia alpina e questa volta siamo in compagnia di Bruno da Canzo, un paese posto al vertice settentrionale della Brianza, adagiato tra il lago Segrino e le cime dei Corni, a cui ha dato il nome, con vista sul lago di Como attorniato da piccoli specchi d’acqua quasi fossero foglie cadute dai suoi “rami”. Un paese di mastri ferrai che hanno fatto del metallo un’arte e una risorsa economica, forgiando attrezzi e manufatti nei secoli.
    Bruno è nato nel 1935 sopra il bar della famiglia, posto in centro del paese, gestito dalla mamma e le zie, mentre il papà e uno zio conducevano un’impresa artigiana di impianti idraulici e di riscaldamento; per dirla come si usa a Canzo, facevano i “trumbè”, aiutati anche dal prossimo alpino che riassume così la sua naja: “La mia vita militare è molto semplice. Sei mesi circa alla Scuola Militare Alpina di Aosta, caserma Chiarle dove ho frequentato il X corso A.S.C. dal novembre 1956 all’aprile 1957. Sei mesi circa
    caporalmaggiore a Merano caserma Polonio dal maggio all’ottobre 1957. Sei mesi circa sergente a Bolzano caserma Huber dal novembre 1957 al marzo 1958, il tutto condito dai vari campi estivi e invernali, manovre militari e servizi vari nelle zone della valle d’Aosta e del Trentino Alto Adige”
    .
    Per una promessa fatta alla madre alla partenza per la Scuola Militare Alpina di Aosta, ha scritto quasi tutti i giorni, più di 400 lettere, che conserva.

    Aosta, 5 novembre 1956 – “Il primo giorno di naja è finito. Veramente di naja ho fatto solo il rancio poiché per tutto il giorno non ho fatto altro che ‘tirare sera’. Sveglia alle sei: lavarsi, fare la branda; poi l’adunata ci chiama in cortile: alzabandiera e colazione, poi nulla fino ad ora. Proprio in questo ho dovuto smettere perché è suonata l’adunata (…). Ma ora vi voglio raccontare da quando vi ho lasciati. Vi devo confessare che quando ho visto la faccia di qualcuno bagnarsi di lacrime, un nodo mi aveva serrato la gola, poi la compagnia di
    Riva e il resto mi hanno fatto dimenticare tutto e ancora adesso sono molto allegro tanto che mi sembra già di essere un ‘vecchio’. Se la vita militare, così brutalmente descrittami, è come questa che sto vivendo, sono quasi del parere di fare la firma (scherzo, eh). Qui la compagnia allegrissima non mi permette di continuare per il frastuono che sta facendo”.

    Due giorni dopo ecco la seconda lettera con la descrizione della vestizione.

    Aosta, 7 novembre 1956 – “Oggi è stata una giornata di grandi avvenimenti (…) Si è incominciato questa mattina con la visita medica, indi, ritenuto idoneo, sono passato alla vestizione. Il ridere che si è fatto non potete immaginare: scarpe enormi, cappelli da stupido che ti arrivano in bocca, pantaloni lunghissimi (è tutta sera che li sto accorciando), giubbe che si scambiano continuamente tra noi per le loro ridicole dimensioni. Smetto. Vado dal nostro istruttore, riprendo ma per poco poiché sono già le 9 passate e alle 10 c’è il silenzio (…)”.

    Hanno poi inizio istruzioni, marce e ascensioni, ma per queste Bruno non ha problemi
    essendo dotato di un fisico all’altezza che gli permetterà, dopo il servizio militare, di eccellere anche nello sci nautico. Per lui andare per monti era semplicemente
    una passeggiata. Non solo, questo risvegliava in lui l’innata vena poetica.

    Aosta, 21 dicembre 1956 “Sebbene sia partito con un piede slogato, ho portato a termine anche la seconda marcia, se marcia si possa chiamare, infatti si è trattato di una gita in montagna a quota 1.400 (…) Io portavo il B.A.R. (fucile mitragliatore: n.d.a.) e quindi niente zaino, mi sono trovato meglio. Appena fuori Aosta si è cominciato a salire (…) Al secondo alt orario, precisamente alle 8,50, il capitano (…) ci portava la notizia che da quella parte non si poteva più salire perché l’acqua del ruscello aveva ricoperto il fondo valle con uno strato di ghiaccio. Si dovette quindi continuare la marcia, arrampicandoci su un fianco della valle stessa per poterci portare sulla cresta (…) da dove si potevano contemplare le alte vette che ci stavano di fronte sopra la conca di Pila: la becca di Nova,
    l’Emilius e una catena di altre montagne che andavano a finire al ghiacciaio sopra la Thuile.
    Intanto il sole faceva capolino sul fianco dell’Emilius e incominciava a colorare di rosa le candide vette circostanti. Non ci sono parole che possano descrivere uno spettacolo così superbo, nulla può essere paragonata alla natura così come si ammira dalle montagne.
    Dopo aver consumata la colazione, si scese a valle col cuore pieno di allegria e stranamente felici. Mi divertii a vedere riflessa sullo sfondo chiaro della valle la mia ombra e sorridevo a me stesso; ancora una volta non mi convincevo di essere un militare, chi sa perché poi!”.

    Ma lo stesso giorno, un venerdì, sarà a tutti gli effetti militare.

    Aosta, 21 dicembre 1956 – “Ora devo nuovamente cambiare foglio (…) la giornata oggi è stata densa di avvenimenti. Figuratevi che nel pomeriggio c’è stato il giuramento ed era ora, poiché è stata la più bella conferma (…) La cerimonia è stata solenne, ma nello stesso tempo semplicissima (…) Erano esattamente le 16 quando ci siamo presentati nel cortile della caserma davanti alla bandiera, schierati per plotone. Dopo qualche minuto arrivò don Luigi con gli attrezzi per celebrare la Messa, infine, preceduto da uno squillo di tromba entrò il sig. tenente colonnello Fabre che è il comandante della scuola.
    Noi eravamo impazienti di vedere finire la cerimonia anche per gli indumenti che avevamo addosso. Divisa da libera, stivaletti e ghette bianche, cappotto con cinturone, cappello alpino e, quello che ci dava più apprensione, i guanti bianchi. Infatti, nel continuare a
    maneggiare il fucile, stavano diventando sempre più neri. Ma tutto è bene ciò che finisce bene, infatti subito dopo la Messa ci fu il giuramento indi il rompete le righe”.

    Il giorno dopo fu festa grande, erano alpini a tutti gli effetti, fremevano per la voglia di tornare casa in licenza per sfoggiare tra i paesani il cappello con la lunga penna nera, e non mancarono gli eccessi.

    Aosta, 22 dicembre 1956 – “Che baraonda in camerata: cubi che hanno volato per tutto il giorno. Scherzi a non finire e adesso, per compiere l’opera, brande che s’implanciano,
    ovunque è distruzione! Abbiamo fatto niente tutto il santo giorno (…) Alle 4 è partito il primo scaglione, quelli che distano oltre i 500 km. Tutti gli altri, io compreso, partiranno domani alle 5, la sveglia è però alle 3, ma penso che non sia una sveglia, perché tutti sono sul ‘sentiero di guerra’. (…) Non ho fatto bene i conti, ma sarò a casa all’una circa. Preparate da mangiare!”.

    Luigi Furia