Scritti… con la divisa

    0
    90

    Seconda parte

    Siamo ancora con i fratelli Stelio e Tino Sonzogni di San Pellegrino, schierati sul fronte russo.

    Fronte del Don, 4.1.43
    Sul fronte presidiato dalla Tridentina non ci sono attacchi e Stelio scrive una lunga lettera: “Mamma carissima ti prego di non stare troppo in pensiero per noi. Io sono in gamba e Tino pure, c’è una cosa sola che si dà fastidio e sono i pidocchi che ne abbiano di tutte le razze e di tutte le grandezze, ma domani li farò bollire. (…) come avrai letto sui giornali qui nei giorni scorsi abbiamo avuto una lunga ed aspra battaglia, ma l’abbiamo vinta e i russi ne hanno preso finché ne hanno voluto. Io mattina e sera recito le mie orazioni, ma la Messa sono due mesi che non la sento e neanche a Natale e Capodanno. Mi parli di letto soffice, ma io non mi ricordo più cosa sia e credimi che dormo proprio da papa anche sulla terra e sul legno, ormai mi sono abituato, ormai siamo a gennaio e una buona parte di inverno e già passata e ad ogni modo mi sono accorto che anche a 35 gradi sotto zero ho sempre resistito benone e pensa che non ho ancora messo le mutande di lana (…) non ho preso neanche il raffreddore, neanche un congelamento e penso che bisogna proprio che il Signore mi voglia bene per non farmi ammalare mentre ho visto degli uomini grossi come buoi cedere al clima russo, qui dove il pericolo ci stringe da ogni parte si invoca la mamma come la sola creatura benedetta che può salvarci ed io che raccolgo ed assisto i feriti e gli ammalati posso testimoniare che il dolore insegna l’amore. Prega mamma e sii forte nell’attesa”.

    Fronte del Don, 8.1.43
    È sempre Stelio che scrive: “Mia carissima mamma, eccomi di nuovo a te con due righe per non farti stare in pensiero e così ti posso dire di Tino che è stato qui ieri per fare un po’ di festa. Sai, io ho ucciso un bel gatto selvatico e l’ho fatto arrostire e così l’abbiamo mangiato assieme proprio di gusto. Qui tutto bene; il freddo si è calmato però nevica ancora e chissà quando smetterà (…) Quando mi scrivi ti raccomando di mettere due o tre sigarette popolari nella lettera perché qui non le danno più. Schiacciale bene e non pensarci perché non le levano, arrivano anche agli altri”. Stelio manda i soldi della “deca” alla mamma, visto che nella steppa russa, lontano da ogni abitato, dove si trova, non vi sono luoghi né occasioni per spenderli: “Ora perdonami se ti chiedo un favore e cioè i soldi di gennaio, febbraio e marzo di mettermeli tutti alla banca. Ti chiedo per favore perché se non puoi ti dico di adoperarli pure. Sai perché? Quando tornerò vorrei comperare un vestito e un paltò che non ne ho”. Poi d’improvviso la corrispondenza cessa, i familiari non hanno più notizie. La manovra a tenaglia sovietica ha aggirato alle spalle il Corpo d’Armata Alpino chiudendolo in una enorme sacca. Julia e Cuneense sono attaccate dai russi. Così si alleggerisce la pressione sulla Tridentina che può continuare il ripiegamento. Gli sbandati vi si aggregano. Una massa imponente, feriti e congelati, cammina per più di 300 km. Superata Nikolajewka la marcia degli alpini prosegue fino ad Awilowka, dove, giunti il 30 gennaio, sono finalmente in salvo e possono ricevere i primi aiuti. Il 31 gennaio i militari italiani terminano ogni attività operativa sul fronte russo. Così, anche alla famiglia Sonzogni, poco dopo, giunge una “cartolina postale per le Forze Armate”, scritta da Costantino.

    Polonia, 17.2.43
    “Cara mamma, immagino con quanta ansia e quale sarà il sollievo che proverai nel ricevere queste mie due righe dopo tanto tempo che non ricevi mie notizie. Credo avrai sentito parlare della grande ritirata successa o meglio incominciata un mese fa e terminata in questi giorni, dove gli alpini, cioè noi, abbiamo dovuto combattere giorno e notte per aprirci il passo fra i russi e dove tanti, dopo aver compiuto il proprio dovere, hanno lasciato la vita sul campo. Forse è meglio non parlarne, perché è troppo triste il raccontare certe cose. Io mi trovo ricoverato qui in Polonia in un ospedale militare italiano, ma si tratta soltanto di un leggero congelamento. Dunque non metterti idee per la testa e non pensare a me che sto bene e sono fuori da tutti i pericoli (…) Tutti i giorni ne parte qualcuno per l’Italia e siccome cominciano dai più gravi, verrà poi il turno anche per me e spero che fra un 10 o 15 giorni al massimo rientrerò anch’io in Italia, te lo farò sapere subito”. Il 6 marzo 1943 cominciano a partire da Gomel le tradotte che riportano in Italia i superstiti del Corpo d’Armata Alpino; il 24 tutti sono in Patria. Per l’andata erano stati necessari 200 treni, per il ritorno ne bastano 17: ciascuna divisione era costituita da circa 16mila soldati, i superstiti risultano 6.400 della Tridentina, 3.300 della Julia e 1.300 della Cuneense. Di Stelio non si hanno più notizie, poi sarà dichiarato disperso, mentre Tino rientra e, memore dei tragici eventi, compone la “Preghiera dei Reduci da Nikolajewka”: O Signore che lungo il calvario della steppa sconfinata accompagnasti di battaglia in battaglia questi reduci che, allo stremo delle forze e attanagliati dal gelo, dalla fame e dalla miseria, ci guidasti in quella distesa di neve verso la salvezza, verso l’Italia, noi umilmente ti preghiamo: fa che tutta quella sofferenza che ha stigmatizzato le nostre carni in una inenarrabile odissea di dolore, non sia stata vana e che questi flagelli umani, mai più abbiano a bagnare di sangue i popoli della terra. Ricordati o Signore dei compagni che ci hanno preceduto e per quello che hanno sofferto, noi Ti preghiamo: accoglili nel Tuo regno! O Vergine Santa del Don che ci fosti accanto nell’ora del sacrificio e del dolore, fa che l’umanità si redima e rinasca nei cuori la gioia fraterna e incommensurabile dell’amore e così sia!

    Questa preghiera è stata recitata per la prima volta il 24 gennaio 1982, nel tempio dei Caduti di San Pellegrino Terme, a ricordo e in suffragio dei Caduti di Nikolajewka, ripetuta poi in varie commemorazioni alpine successive.

    Luigi Furia