Sarà famoso

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    L’antico adagio “vox populi, vox Dei” ci dice come spesso la verità diventi cosa acquisita quando il popolo è concorde nell’affermarla. Il cappello alpino è, senza dubbio, uno dei copricapi militari italiani, e forse non solo italiani, storicamente più belli.

    Il nostro cappello è qualcosa di vivo, acquista un’anima quando lascia lo scaffale di un negozio o di un reparto di vestizione e viene assegnato a una testa: in quel momento ha inizio un lavoro simbiotico di trasformazione che lo porta inevitabilmente a farne un “pezzo unico”. E questo gli alpini lo sanno da sempre. Perché? Perché da quell’istante quel cappello alpino diventa… il mio! Certo ce ne sono tantissimi, ma il mio è “un unicum”. Pacche, pacchette, tesa più lunga o corta e bordata, più verde, più grigio o marrone con la penna lunga, la penna corta, dritta o stanca e poi ci sono i cappelli che sembrano un albero di Natale (che andrebbero ripuliti!): cercatene uno identico, non lo troverete! Era un giorno di marzo del 1995 e Silviano Meroni, “ragazzo” classe 1934, artigliere alpino del 1º, stava realizzando il bozzetto, rigorosamente in acquerello, per partecipare al concorso del manifesto dell’Adunata nazionale ad Asti.

    Silviano al centro, dipinge il simbolo della nostra alpinità: il cappello alpino. Non è il suo, né uno copiato, è realizzato con sapienti pennellate capaci di dargli un cuore e quindi dei valori, dei sentimenti, gli stessi che vivono ogni giorno gli alpini. Il manifesto vinse il concorso e quel cappello divenne ben presto il più copiato! Forbici, colla, coccoina e poi via via negli anni, photoshop: alzi la mano chi non lo ha usato per realizzare una locandina o un invito. Da allora lo si trova dappertutto: dal manifesto dell’esercitazione del 2º Raggruppamento a Castel San Pietro, alla festa dei Gruppi, dal retro delle carte da gioco all’insegna di un ristorante, dal logo di una finanziaria a una riproduzione campale sulla parete di un camper a Treviso, senza contare la presenza massiccia sui social.

    «Se avessi ricevuto o ricevessi un centesimo per ogni utilizzo – scherza Silviano – potrei fare l’elemosina a Bill Gates!». E continua: «Sono un alpino che 25 anni fa ha realizzato qualcosa di alpino per gli alpini: il nostro cappello! Non mi piace vederlo sui menu dei ristoranti che ospitano i gruppi alpini, ma capisco che sia inevitabile. Io l’ho disegnato con un altro scopo: dare un’anima a un simbolo scrivendo così, quasi involontariamente, un’altra pagina nella storia delle penne nere».

    s.m.