Risvegliare la speranza

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    Metto mano a qualche riflessione e mi rendo conto di quanto sia diventato difficile scrivere mentre si consuma una calamità come quella che stiamo attraversando. E non perché la cronaca non ci dia spunti. È diventato difficile scrivere perché anche il cronista incespica nei sentimenti quando la scia di lacrime ti arriva dentro. È una scia che arriva dentro anche alla nostra famiglia alpina, segnata a lutto per tanti morti, i caduti di oggi, “andati avanti” senza quella pietà che la dignità umana avrebbe esigito.

    E poi va registrato il dolore per una vita associativa, che ha visto la paralisi delle proprie attività, come una famiglia che improvvisamente non ha più potuto ritrovarsi. È pur vero, comunque, che anche in questa vicenda gli alpini hanno dimostrato di che pasta sono fatti, meritando una medaglia simbolica che non vedremo mai sul Labaro, ma che brillerà comunque moralmente tra quelle vinte sui campi di battaglia. Se è un dato di fatto che gli alpini si sono distinti con il loro umile servizio è altrettanto vero che c’è un dolore sotterraneo che germoglia dall’impossibilità di incontrarsi, di stare insieme, di popolare la vita delle Sezioni, dei Gruppi…

    Per la prima volta, da oltre settant’anni, siamo stati colpiti in ciò che ci è più caro e ci contraddistingue come Associazione, ossia la possibilità di fare corpo tra noi. Annullate o rimandate tutte le manifestazioni importanti, ancora incerti sulla possibilità di tenere l’Adunata nazionale, ridotti a gestire la vita associativa grazie alla strumentazione digitale, tanto utile quanto arida nella sua capacità di mettere insieme sguardi, cuore e intelligenza. E come se tutto questo non bastasse, a frenare la speranza ci pensa lo scenario economico, che già di suo evoca il tempo delle passioni tristi, mentre non sempre la politica si mostra ispirata da carisma e passione, intenta piuttosto a fare trekking di sopravvivenza. Penso che abbiamo un bisogno straordinario di un sussulto di ottimismo, che vada oltre i numeri della cronaca dolorosa, per mettere in moto idee, audacia, entusiasmo, iniziative e tanta responsabilità collettiva.

    Purtroppo non sempre questo accade o si intravvede. Mentre i bollettini sanitari ci consegnano le dolorose statistiche quotidiane, allertandoci a rispettare le regole per non mettere a rischio la salute e la vita degli altri, la cronaca ci consegna le scene di assembramenti di giovani che sembrano farsi beffe di ciò che richiederebbe la responsabilità verso gli altri. Ma prima ancora della responsabilità, è il rispetto che ci si aspetterebbe da loro. Rispetto per le decine di migliaia di morti. Per le loro famiglie, chiuse in un dolore senza consolazione. Verso il personale sanitario che ha pagato un prezzo altissimo di dedizione e anche di vite. Verso chi ha perduto il lavoro e che con i loro comportamenti sconsiderati potrebbero compromettere altri posti di lavoro. Verso tutti coloro che le regole le devono rispettare in ogni ambito, senza che qualcuno sia autorizzato a sentirsi cittadino titolare di soli diritti.

    In gioco non è la libertà, ma la responsabilità. E senza coscienze responsabili, a dispetto della retorica sui giovani e il domani della società, il futuro possibile si spegne nella logica del carpe diem, dove si sta bene da soli senza assunzione di doveri. Mentre gli alpini ostinatamente chiedono per i giovani una disponibilità a servire l’Italia, si vorrebbe che anche la politica cogliesse l’urgenza di ripristinare in loro quel senso di appartenenza al dovere, senza il quale si è solo fruitori senza diventare mai protagonisti. Aiutandoli a recepire il passato, la concatenazione dei fatti storici tra cause ed effetti, perché dalla memoria fiorisca la responsabilità per progettare il domani.

    Perché se a un figlio non racconti il sudore del pane che gli dai, ne farai un opportunista, ripiegato nel peso del proprio ego. Un racconto urgente e non rinviabile, se vogliamo guardare con speranza oltre le macerie.

    Bruno Fasani