Rispettare le donne, urgenza da considerare

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    Sul tavolo mi arrivano lettere indignate. Come può definirsi alpino un assassino? L’indignazione che non arriva sul nostro tavolo, arriva sui social. Ed è polemica coi giornalisti che si sono permessi di pubblicare la foto dell’omicida, Lorenzo Cattoni della Sezione di Trento, abbracciato alla moglie Deborah Saltori, la vittima, entrambi col cappello alpino in testa. La foto è gioiosa, forse scattata durante l’Adunata di Trento del 2018, quando il virus della follia già si era impadronito della sua mente.

    È la prima volta da quando scrivo sul nostro mensile che prendo lo spunto da un fatto di cronaca nera. Ma non è certo per indugiare sulla crudeltà di un femminicidio che ha lasciato quattro ragazzi orfani della loro madre. E non è neppure per prestarmi all’indignazione che cresce spontanea in questi casi. Provo piuttosto un sentimento di pena. Per la vittima e le sue creature ovviamente. Ma anche per Lorenzo Cattoni, al quale un cappello alpino non è bastato per fermare il tarlo che gli ha progressivamente roso l’equilibrio. Penso al suo futuro popolato di fantasmi.

    Giuseppe Ungaretti scrisse in una sua poesia una frase che è diventata proverbio popolare: “La morte si sconta vivendo”. Un modo per affermare come il rimpianto e il rimorso per chi è morto può trasformarsi in un senso di colpa che accompagna la vita come una costante agonia che spegne ogni slancio vitale. Una sorta di maledizione impressa nella carne come un marchio, mentre penso con realismo che anche gli alpini si ammalano e hanno il diritto ad essere malati. Anche di follia, purtroppo, sia pure nella speranza che la medicina e le leggi ne sappiano contenere gli effetti, prima che questi diventino materia per i cronisti di nera.

    Se mai parliamo di simili drammi è per ricordarci quanto gli alpini, a dispetto di queste tristi eccezioni, rispettino le donne, con l’obbligo di non dimenticarlo mai. Esse sono una delle loro armi vincenti. Si nutrono di servizio silenzioso, di pazienza, di competenza, ma anche di orgoglio per i loro uomini. Fingono di brontolare per le loro intemperanze, ma se potessimo odorare nel loro animo sentiremmo il profumo della loro ammirazione e gratitudine. Sanno essere discrete davanti alle nostre riuscite, come se tutto fosse merito nostro, ma di fatto spartiscono senza vantarsi un successo che dipende molto dalla loro presenza.

    Sono i motori instancabili nella vita di Gruppo e di Sezione, ma anche nella Protezione Civile e in ogni occasione dove sia necessario, rispondendo presente senza pretendere i gradi della ricompensa. Se questa è la nostra cultura si rende quanto mai urgente diffonderla, in un periodo della storia in cui uccidere le donne sembra diventato uno sport praticato da troppi. Troppi anche se fosse uno soltanto. Soprattutto è urgente capirne le ragioni, perché parlare di femminicidio non è lo stesso che parlare di omicidio.

    Accanirsi contro le donne racconta la patologia di menti ancora abituate ad una cultura della supremazia gerarchica del maschio. Una supremazia che si traduce di fatto in supremazia fisica, che si scatena quando la fragilità maschile si sente minacciata e offesa, sminuita nella propria dignità. È allora che si sprigiona la risposta violenta e vendicativa, per il crollo dell’immagine narcisistica del maschio che non riesce più a tollerare il senso di angoscia e di umiliazione. Uccidere una donna non è rimuovere un ostacolo sulla strada della felicità, ma rifiutarsi di vedere il male subdolo che popola la coscienza di tanti uomini, convinti d’essere più forti, per non vedere il vuoto che si portano dentro.

    Bruno Fasani