Ottant’anni fa

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    Nel maggio del 1939 il Regno d’Italia si era legato alla Germania nazista di Hitler che il 1º settembre 1939 aveva invaso la Polonia spartendola con i sovietici facendo intervenire Francia e Gran Bretagna: scoppiò così la Seconda Guerra Mondiale. L’Italia, pur alleata della Germania, essendo impreparata alla guerra, si dichiarò non belligerante. Nella primavera del 1940 Hitler invase anche la Norvegia, la Danimarca, il Belgio, il Lussemburgo, l’Olanda e la Francia respingendo le truppe anglo-francesi schierate lungo il confine franco-tedesco dal settembre 1939.

    Mussolini, desideroso di condividere i successi tedeschi, sicuro della loro vittoria, il 10 giugno 1940 fece entrare frettolosamente il Regno d’Italia in guerra a fianco della Germania e si impegnò in una ingloriosa campagna contro la Francia agonizzante che durò una settimana e che mise in luce le carenze del nostro esercito e della sua organizzazione. Mussolini geloso delle brillanti vittorie militari tedesche, delle loro alleanze con Finlandia, Ungheria, Slovacchia, Bulgaria ed infastidito per essere stato messo sempre di fronte al fatto compiuto da Hitler, quando seppe dell’ingerenza tedesca in Romania nel settembre del 1940, decise di ripagare Hitler con la stessa moneta, invadendo, a sua insaputa e senza motivo la Grecia, passando dall’Albania (territorio italiano dopo l’invasione dell’aprile del 1939).

    Così venne imbastito in tutta fretta dallo Stato Maggiore italiano, su pressioni di Mussolini, uno sconsiderato piano di attacco con la forza di circa 50.000 uomini sui 100.000 soldati italiani presenti in Albania, basandosi sulla convinzione che i soldati greci non avrebbero reagito (per la loro presunta poco aggressività e dopo la corruzione da parte italiana di alti vertici politici e militari greci) e che la popolazione di confine avrebbe accolto gli italiani come liberatori: tutti fatti che poi non si avverarono.

    Il 28 ottobre 1940, sotto una pioggia torrenziale, i soldati italiani iniziarono ad oltrepassare il confine, rallentati dalle retroguardie dell’esercito greco colte di sorpresa. Le piogge intense rallentarono ulteriormente il movimento degli italiani che dopo sei giorni di marcia sulle aspre montagne dell’Epiro si arenarono per sfinimento degli uomini e dei quadrupedi e per la mancanza totale di rifornimenti. Nel frattempo l’esercito greco si era mobilitato ed aveva inviato d’urgenza tutte le truppe disponibili nel settore dell’Epiro; l’offensiva italiana non solo fu fermata a pochi chilometri oltre il confine, ma già nella pima decade del mese di novembre i greci contrattaccarono “inaspettatamente” respingendo ovunque gli italiani verso il confine con l’Albania.

    La divisione alpina Julia, unica divisione alpina che poteva contare sul trasporto di armi, viveri e munizioni a mezzo salmerie, era arrivata quasi a Metzovo, nei pressi di Joannina, ma a causa del suo quasi accerchiamento, perché non supportata sul fianco destro dalle altre Divisioni italiane e con il fianco sinistro completamente scoperto a causa del piano organizzato senza una previsione di copertura, fu costretta ad una disastrosa ritirata verso Konitsa; la stessa cosa accadde per le altre Divisioni italiane alla sua destra che furono fermate e respinte verso il confine con l’Albania da dove erano partite.

    Dall’Italia cominciarono ad arrivare nuove grandi unità, mandate in tutta fretta a cercare di tamponare la controffensiva greca, unità spesso prive di dotazioni come le salmerie e le artiglierie che non riuscirono ad impedire ai greci di respingere le truppe italiane. Solo a dicembre del 1940 si riuscì a creare un fronte stabile con l’arrivo di numerose grandi unità, che partiva dal Lago di Ochrida, saliva sulle alte vette del Tomori coperte da oltre 6 metri di neve e scendeva attraverso il Guri i Topit verso Berat per risalire sulla lunga catena dei Mali fino a Klisura e raggiungere il Bregianit, il Golico, la dorsale del Kurvelesh fino al mare Adriatico, a sud di Valona.

    Alla fine di febbraio e nel mese di marzo del 1941 i greci attaccarono con grande decisione i monti a cavallo della Vojussa nei pressi di Tepeleni: il Trebescines, lo Scindeli e il Golico divennero calvario di fanti, alpini, bersaglieri e camicie nere, mentre dal 9 al 16 marzo una massa di Divisioni di fanteria italiane attaccarono inutilmente il settore attiguo della quota Monastero, alla testata della Val Desnizza, con l’obiettivo di riprendere Klisura subendo perdite spaventose.

    Alla fine di marzo del 1941 un colpo di stato in Jugoslavia portò al potere un governo ostile alle forze dell’Asse che avrebbe potuto invadere facilmente l’Albania, con l’esercito italiano sbilanciato a contenere i greci; così i tedeschi organizzarono in pochi giorni una campagna per l’occupazione della Jugoslavia e della Grecia e si mossero dall’Austria, dalla Bulgaria e dalla Romania (unitamente a truppe italiane, ungheresi e bulgare) invadendo la Jugoslavia in una settimana ed entrando in territorio greco nella prima decade di aprile.

    I tedeschi sconfissero anche il corpo di spedizione britannico schierato alle Termopili, la Grecia dopo numerosi tentennamenti, firmò la resa agli italiani il 23 aprile: la guerra era finita, grazie all’intervento tedesco ed era costata 39.000 tra morti e dispersi e circa 155.000 feriti e congelati su una massa mobilitata di circa 500.000 uomini con un dispendio di mezzi, viveri e munizioni immenso.

    Guido Fulvio Aviani

    “Era la sera della vigilia di Natale e Bonato, il mio attendente, arrivò con una bottiglia di cognac trovata non so dove. Gli dissi di chiamare i tre caporal maggiori dei mortai da 81 per un brindisi e appena furono arrivati ci mettemmo in cerchio. Ero appoggiato con la testa ad un alberello del diametro di 10 cm, presi la bottiglia in mano e immediatamente dopo ci fu un lampo, uno scoppio e poi tutto divenne buio. Un colpo di mortaio da 81 era scoppiato in mezzo a noi e per qualche istante credetti di essere morto, ma poi sentii freddo alla testa. Riaprii gli occhi e capii che una scheggia mi aveva strappato il passamontagna, passando a qualche millimetro dalla mia testa e, proseguendo la sua corsa, aveva tranciato l’albero su cui mi poggiavo. Ero rimasto miracolosamente incolume, ma purtroppo gli altri tre erano morti”.

    Sottotenente Egidio Furlan (div. Julia, btg. Vicenza), 24 dicembre 1940

     

    I REPARTI ALPINI
    Divisione alpina Julia (battaglioni Cividale, Gemona, Tolmezzo, L’Aquila e Vicenza
    con i gruppi di artiglieria alpina Conegliano e Udine) – divisione alpina Tridentina
    (battaglioni Edolo, Tirano, Morbegno, Verona e Vestone con i gruppi di artiglieria
    alpina Bergamo e Vicenza); – divisione alpina Cuneense (battaglioni Pieve di Teco,
    Ceva, Mondovì, Saluzzo, Dronero, Borgo San Dalmazzo e gruppi di artiglieria alpina
    Pinerolo e Mondovì) – divisione alpina Pusteria (battaglioni Belluno, Cadore, Feltre,
    Bassano, Trento e Bolzano con i gruppi di artiglieria alpina Belluno e Lanzo) –
    1º gruppo alpini “Valle” (battaglioni Val Fella, Val Tagliamento, Val Natisone e
    gruppo di artiglieria alpina Val Tagliamento) – 2º gruppo alpini “Valle” (battaglioni
    Val Leogra, Val Pescara e gruppo di artiglieria alpina Valle Isonzo) – battaglione
    sciatori Monte Cervino e battaglione sciatori Monte Rosa. Alcuni battaglioni e
    gruppi di artiglieria alpina vennero inviati in territorio albanese furono smembrati
    per fornire complementi (ad esempio il battaglione Val Arroscia) o furono aggregati
    a grandi unità, anche non alpine, o, ancora, impiegati autonomamente (battaglioni
    Val Chiese, Val Cismon, Intra, Susa e gruppi di artiglieria alpina Val Tanaro e Val Po).

    LE PERDITE
    Possiamo calcolare che parteciparono alla Campagna di Grecia non meno di 50.000
    soldati delle truppe alpine. I caduti e i dispersi delle grandi unità alpine furono per
    la Julia 3.800, per la Cuneense 300, per la Tridentina 700 e per la Pusteria 1.000, a
    cui si aggiungono i caduti e dispersi dei reparti alpini non indivisionati e che fanno
    salire le perdite a circa 6.000 uomini.

     

    In viaggio fino a loro

    Un caduto “dimenticato” muore una seconda volta. Questo mi raccontavano i reduci che andavo a trovare, con l’intento di raccoglierne le testimonianze. È questo spirito che ci guida nel ricordare i ragazzi che là sono rimasti. Non è facile descrivere in poche righe la decina di anni di viaggi in Albania densi di emozioni, ricerca e soprattutto amicizia. Era il giugno 2008, quando ho ripercorso per la prima volta le orme dei miei zii appartenuti alla Julia sui monti di Grecia e Albania.

    Mai avrei immaginato che quei miei nuovi amici sarebbero diventati in breve tempo per me quasi fratelli. Le indicazioni riportate nel diario del cappellano del btg. Gemona, padre Generoso, qualche anno dopo, ha acceso in noi la speranza di poter far rimpatriare i nostri soldati che ancora sono là sepolti. A darci la conferma della loro presenza è stato un piccolo ma grande segno, che amo pensare sia giunto da qualcuno lassù. Tornando dalla cima del Monte Golico mi sono accorto di aver smarrito la nappina del mio cappello alpino.

    Era la mia nappina della naja! Quella notte non ho dormito ripensando che era rimasta chissà dove, sul campo di battaglia. Il giorno seguente sono tornato a cercarla con due amici. Quel mattino non solo l’ho ritrovata, ma in mezzo al bosco mi sono imbattuto nei resti di un alpino del Gemona.

    I pochi centimetri di terra che lo ricoprivano dal marzo del 1941 hanno fatto riaffiorare la sua piastrina e Francesco, ragazzo friulano, ci ha dato la conferma della loro presenza. Successive ricerche ci hanno permesso di identificarne altri. Grazie al lavoro della Commissione Ana e alla disponibilità delle autorità italiane e albanesi siamo certi che il nostro sogno di rimpatriarli si potrà presto realizzare.

    Manuel Grotto