Riportare i giovani nel reale

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    A Novara un giovane ammazza con un colpo di coltello il suo migliore amico (immaginate se fosse stato un nemico). Poi ancora sporco di sangue, sale in auto, apre Facebook dal cellulare e posta: “Ho fatto una cazzata”. Colpiscono due cose. Il vocabolario della lingua italiana definisce cazzata una sciocchezza, una stupidaggine, oppure una realtà deludente. Sento di non essere in sintonia con questi tempi nel sentire che ammazzare qualcuno è considerato semplicemente una stupidaggine. La seconda cosa che mi colpisce è vedere come il mondo virtuale, in questo caso Facebook, sta diventando la vetrina in cui uno si racconta, riversandovi confidenze, sentimenti, responsabilità…

    Penso e mi tornano alla mente le parole del Presidente Favero sull’Ortigara: «Dobbiamo aiutare i giovani ad uscire dal virtuale per portarli nel reale. Giovani che sanno tutto, ma che forse non sanno tenere in mano un badile, quello che per noi alpini qualche volta diventa l’essenziale». È quasi un mantra, quello che il Presidente va ripetendo da tempo. Ma, alla luce dei fatti, è innegabile la sua pertinente attualità. Più difficile trovare la soluzione al problema. Eppure… A fine luglio ero a Minerbe, profonda Bassa veronese, chiamato a parlare a un campo scuola alpino con trenta ragazzi dai 14 ai 16 anni. Sveglia alle 7 e tromba del silenzio alle 23. Per tutto il giorno banditi i telefoni cellulari.

    Ma i ragazzi non li chiedono di ritorno neppure nei pochi spazi concessi loro per comunicare con le famiglie. «È più bello chiacchierare tra noi che non star lì a piciottare su una tastiera» mi rispondono, come se fosse la cosa più ovvia di questo mondo. Dopo due ore di conferenza dibattito, mi chiedono di continuare. Sono un po’ esausto rispetto al loro vigore, pieno degli ormoni dell’anagrafe, anche se l’adrenalina va a mille nel motivare le ragioni per restare. Abbiamo parlato di storia. Arrivati a Nikolajewka il silenzio s’è fatto palpabile.

    Si lamentano della storia fatta a scuola. Un po’ approssimativa e qualche volta claudicante. Mi torna alla mente quello che diceva uno storico a proposito degli storici: se non c’è competenza e onestà, anche i fatti del passato rischiano di diventare professione di malafede. I giovani amano la storia, ma dentro vogliono sentire verità e sentimenti, perché senza di essi, raccontarla sarebbe come leggere l’elenco telefonico. Mi parlano della loro esperienza con gli alpini.

    Di loro li ha colpiti la gratuità con cui si danno da fare per gli altri. Sembra loro qualcosa di non naturale. E poi li ha colpiti il fare e il fare insieme. Uno spaventoso nubifragio, di lì a qualche ora, li obbligherà ad essere involontari protagonisti di Protezione Civile. Un’esperienza che li segna positivamente, così mi fanno sapere. Li interrogo su come vedono il loro futuro. La preoccupazione non è sulla qualità dei giovani, ma sugli adulti. Quelli che ambiscono solo al potere e che non sono disposti a rinunciare ad alcun privilegio. Mi fa impressione pensare alla loro anagrafe, così acerba e così matura ad un tempo.

    Alla fine mi chiedono l’autografo sul cappellino che portano in capo. Gongolo di infantile orgoglio. Soprattutto mi tornano in mente le parole del Presidente: portare i giovani nel reale è ancora possibile.

    Bruno Fasani