Ricordo di Bepi Caroi Medaglia d'Argento al Valor Militare

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    Nello scorso mese di ottobre, a Campovico di Morbegno, è stata intitolata una strada all’alpino del btg. Piemonte Giuseppe Caroi, decorato di Medaglia d’Argento al Valor Militare per il combattimento a quota 363 che ha aperto agli alleati, in val d’Idice, la strada per Bologna.

    Due sono gli episodi, i periodi della mia vita che ricordo con particolare orgoglio: l’aver fatto parte, a 21 anni, di due battaglioni alpini che si sono fatti onore in un momento difficilissimo per la nostra Patria, la guerra 1943/45: il btg. Piemonte, decorato di Medaglia d’Argento al V.M. per la conquista di Monte Marrone, di Iesi, di quota 363; e il btg. Monte Granero, composto da veterani che contribuirono con altri reparti italiani, alla resa dei tedeschi in Corsica; l’altro è l’aver avuto al mio fianco, al btg. Piemonte, una squadra di ragazzi, per metà valtellinesi, per metà ossolani, provenienti dal 5º Alpini, con i quali sarei andato in capo al mondo.

    Uno di essi era Bepi Caroi. Quando, nel gennaio 1944, entrai nell’aula delle scuole di Cistemino, dov’erano sistemati i pagliericci della squadra cui ero stato assegnato gli alpini, guardando di sottecchi i miei gradi di sergente ed il filetto d’oro di allievo ufficiale nuovi fiammanti, mi chiesero:
    ‘Chi sei?’.
    ‘Da oggi, il vostro caposquadra’.
    ‘Con quella faccia li?Quanti anni hai?’.
    ‘Ventuno’.
    ‘Quanta naja hai fatto?’.
    ‘Otto mesi’.
    ‘Di guerra?’.
    ‘No, di corso ufficiali, E voi?’.
    ‘Io fronte francese, e Montenegro. Io campagna di Grecia e di Albania. Io anche la guerra in Etiopia. Io 36 mesi, lui 40 …’.

    Dietro front, mi ripresento al comando di compagnia ‘Sig. tenente, saranno anche in gamba, ma mi è sembrato che non abbiano intenzione alcuna di darmi ascolto’. Il ten. Morena, proprio lui, oggi generale, mi guarda a sua volta di traverso e mi fa: ‘Lei vuole diventare ufficiale degli Alpini?Qui troverà pane per i suoi denti’. Passano un paio di mesi. Pulizia delle armi, smontaggio, tattica di combattimento… gli alpini, apparentemente tranquilli… un giaciglio di paglia al coperto c’era, il rancio era buono ed abbondante… ‘qui, se ci ingrassano, è perché poi vogliono mandarci a morire’, ma a vent’anni la fame fa 90…

    Fino a quando, una sera, era venerdì 17 marzo, arrivarono gli autocarri che ci avrebbero portati al fronte. Quella sera, ci fu diciamo un po’ di buriana: ci volle del bello e del buono, dopo che erano stati lì lì per incendiare gli automezzi, per convincerli a rientrare negli alloggiamenti. E la mattina seguente, fu altrettanto dura. ‘Sig. Tenente replicavano agli ufficiali che li invitavano a salire sui ‘Dodge’ prima ci dicevate che bisognava combattere contro gli alleati; adesso ci raccontate che dobbiamo batterci contro i tedeschi. Ma chi muore, tenente, siamo sempre noi, è sempre la povera gente’.

    Ricordo in particolare Buzzetti che ancora tra i fumi del vino protestava energicamente che lui, con i calzoni rotti e rattoppati, in guerra non ci poteva proprio andare. E il Bepi Caroi che, mentre lo scaraventava sul cassone lo apostrofava con un sonoro ‘Tas, t’è ciuc come un asen’. Come Dio volle mentre gli alpini continuavano a sacramentare ‘nói andóma nen, nói la guera la fuma pi’ nen’ la colonna si mise in moto.

    Poi, piano piano, il mugugno cessò. E uno di loro, seguito da un secondo, poi da un terzo, cominciò ad intonare ‘La tradotta che parte da Torino’… prima sommessamente, poi sempre più forte. E quell’accozzaglia di ribelli indisciplinati si trasformò, come d’incanto, in un granitico battaglione. Dopo alcuni giorni, il tempo di dare il cambio, nelle trincee alla base di Monte Marrone, al 68º fanteria ci fu l’ordine di attaccare. Lasciati i trinceramenti, ci accampiamo più avanti, nella boscaglia, in terra di nessuno, alle pendici del monte. La mattina successiva ci svegliamo dopo una nottata di tormenta con un velo di neve penetrato dalle fessure sopra le coperte. E il Bepi mi dice: ‘Sergente, corri a prendere il caffè per i tuoi nonni’.

    Senza replicare mi avvio, con tre o quattro gavettoni. E, al ritorno, te li trovo tutti in piedi, schierati sull’attenti. ‘Bepi, cosa succede?’. ‘Succede risponde Bepi portando la mano al cappello nel saluto militare che da oggi comandi tu’. ‘Bravo, proprio adesso che è arrivato l’ordine di attaccare! Per voi non ci sono problemi, ma per me è la prima volta!…’ ‘Non preoccuparti. Ci siamo noi! C’è la tua squadra che ti seguirà e ti proteggerà. Sempre’. L’indomani toccò proprio a noi andare in testa alla compagnia. Quella mattina fummo fortunati, occupammo la cima di Monte Marrone di sorpresa, senza colpo ferire.

    Ma oramai ero tranquillo, al mio fianco c’erano loro, i miei ‘nonni’, sempre pronti a seguirmi. Così la notte di Pasqua, quando i Gebirgsjäger contrattaccarono la compagnia; così due mesi più tardi, a Balzo della Cicogna e in Val del Canneto, quando fummo noi a sfondare, sulle montagne alla destra di Cassino, la linea ‘Gustav’. Così, successivamente, nell’avanzata sul fronte Adriatico, da San Eusanio del Sangro risalendo l’Italia dal Molise attraverso l’Abruzzo, fino alle Marche incalzando il nemico che indietreggiava sempre combattendo duramente.

    E quando capitava di sostare, la sera, nei pressi di qualche sperduto paesino, mentre io mi recavo al comando di compagnia per prendere ordini e la mia squadra si sistemava a difesa arrangiando i giacigli per la notte, Bepi si incaricava del supplemento rancio. Si travestiva da civile, attraversava la terra di nessuno o le linee nemiche e ritornava sempre con un fiasco di vino, una gallina, un coniglio, acquistati dai contadini. Il Bepi, che fu uno dei primi a piombare, come una furia, sulle trincee tedesche di quota 363, in Val d’Idice, dove in 12 incredibile se non fosse veramente accaduto costrinsero alla resa una sessantina di granatieri nemici catturando loro ben 11 mitragliatici ed aprendo agli alleati la via di Bologna.

    Bepi che, quando gli dicevo ‘Ma tu, non hai mai paura?’. ‘Vedi Sergio mi rispondeva chi sparen lor, ma spari anca mi’. Bepi che, quando, a guerra finita, venni a trovarlo qui a Campovico ed io, entrando in chiesa per la S. Messa seguivo a destra sua moglie Adriana, mi ferma e mi dice ‘No, di qua, donne a destra uomini a sinistra, come desidera il parroco’. ‘Bepi replico io sorpreso cosa ti succede, non ti conosco più!’. ‘Eh, sai Sergio, adesso ho messo su famiglia, sono sposato…’. Bepi, che quando il colonnello gli aveva proposto di restare in servizio come sottufficiale di carriera, aveva risposto: ‘La ringrazio, colonnello, ma è da prima di essere chiamato sotto la naja che sto aspettando di andare in congedo’.

    Ecco, questo era Giuseppe Caroi, Medaglia d’Argento al Valor Militare sul campo e una delle più alte decorazioni americane per l’azione di quota 363. Un uomo buono, onesto, generoso, ma anche un combattente deciso e coraggioso come pochi. Un alpino che ha onorato la penna che portava. Un cittadino che Morbegno e la Valtellina, la sua terra natale, ricordano con orgoglio.

    Sergio Pivetta