Ricordi di prigionia

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    Articolo di tipo Lettere al Direttore pubblicato nel numero di Gennaio 2019 dell’Alpino

    Ho letto il tuo editoriale di novembre “Commemorare è educare” e, con mia grande sorpresa, ho visto che hai parlato del sacrario dei soldati italiani a Zonderwater in Sudafrica. Mi sono commosso perché mio padre Marco, alpino del 7º del Feltre, è stato fatto prigioniero in Albania durante la disgraziata campagna di Grecia.

    È stato consegnato agli inglesi e mi ha raccontato che lo hanno trasportato, via mare, in Sudafrica e poi in seguito in Inghilterra fino alla fine della guerra. Ora lui è “andato avanti” da tanti anni, ma anche se da me sollecitato, non ha mai voluto raccontare niente di quel periodo e soprattutto non l’ho mai sentito proferire parole di odio nei confronti dei suoi carcerieri. Mi ha solo detto che è stato portato in Inghilterra e fatto lavorare in una fattoria dove, con le sue competenze contadine, si era fatto voler bene dai proprietari: addirittura il giorno della partenza per il rientro in Italia, credo nel 1945, non lo volevano lasciare perché c’era una mucca che doveva partorire. La guerra in lui ha lasciato un sentimento di repulsione che credo di aver compreso ogni volta che si estraniava silenzioso e lo guardavo negli occhi.

    Ermenegildo Slongo, Sezione Feltre

    Ti assicuro che rivivere i ricordi di quella prigionia attraverso i resti lasciati dai prigionieri è qualcosa che toglie la parola non solo a chi l’ha vissuta ma anche a chi abbia un minimo di sensibilità a immedesimarsi in questo passato non lontano vissuto da 118mila italiani.