Ricordi di famiglia

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    La foto dello zio dominava silenziosa, in alto sulla parete, la cucina della nostra casa delle Giarette. Quel profilo virile da giovane uomo, il cappello d’alpino in testa, quegli occhi che guardavano lontano con caparbia serietà, la camicia militare. Lo guardavo in continuazione, con la curiosità e lo stupore di quando si è piccoli. Davanti a quella foto in bianco e nero mamma Bertilla mi faceva recitare ogni tanto un “L’eterno riposo”, per raccomandare a Gesù l’anima di quel ragazzo strappato alla vita troppo presto.

    Nelle mie fantasie di bambino la foto dello zio morto in guerra non era un cimelio del passato, ma un’immagine di attualità. Lo immaginavo in uniforme a combattere su qualche fronte in giro per il mondo, armi in pugno e camicia spalancata, come il combattente che regge fiero la bandiera nel monumento del parco della Rimembranza. Non so invece cosa provava Tobia, il vecchio nonno dal nome biblico e il baffo bianco, che aveva voluto quella foto nell’angolo più importante della casa.

    Per lui, anziano e vedovo, quel figlio era il dono che Dio gli aveva mandato dopo il ritorno dalla sua guerra, quella del ’15-’18, e dalla terribile prigionia in Austria. Rappresentava il ritorno alla vita dopo gli orrori del fronte, lui ormai trentenne e con due marmocchi, allontanato dalla famiglia che si era faticosamente costruito. Un figlio che non aveva avuto modo di veder crescere perché, professione muratore, era stato costretto ad emigrare in Argentina, a Buenos Aires, a decorare di stucchi la Casa Rosada, per mandare qualche soldo in patria e consentire a nonna Flora di allevare quei tre figli, sempre affamati, che crescevano velocemente. Era un figlio morto a vent’anni. Una speranza spezzata. Certo c’erano gli altri figli più grandi, Giuseppe e Nazzareno, e quelli venuti dopo: zia Giustiana, mio papà Carlo, la zia Santina. Ma lui. Lui mancava!

    Ogni sera, quando tornava a casa dalla partita a carte all’osteria “Tripoli”, prima di salire nella sua camera al secondo piano, il nonno mandava sempre di soppiatto un sommesso saluto verso la foto, sfuggendo quasi per non far vedere a noi i suoi occhi umidi. Lo aveva chiamato Sante, reiterando, come si faceva una volta, il nome della mamma, quella Santa Soccol nata a Taibon Agordino e finita chissà come a lavorare alla Lanerossi di Rocchette e poi a sposare Giuseppe. Una montanara bellunese capitata a Caltrano a rinvigorire il sangue dei Sandonà. E Sante era veramente un ragazzo vigoroso, alto e forte, pieno di allegria e gioia di vivere, ammirato dalle ragazze e cercato dagli amici per il suo ottimo carattere e la sua capacità di “tener su la compagnia”. E dovevo capirlo dalla foto di famiglia che il nonno teneva gelosamente nel cassetto del comodino, accanto al letto. Una foto scattata prima che Sante partisse per il militare. Ci sono tutti in quella foto, ma fra tutti emerge la bellezza triste del diciottenne Sante, in piedi al centro dell’immagine tra i fratelli Giuseppe e Giustina. Una malinconia, mi raccontava papà, che aveva esternato il giorno della partenza per la guerra. «Ho il presentimento che io non ritornerò vivo» aveva tristemente profetizzato, salutando mestamente l’intera famiglia.

    Fu il primo caltranese a perdere la vita nella Seconda guerra mondiale sul fronte greco-albanese, il 25 dicembre 1940. Il papà, per non turbare la mia serenità infantile, mi raccontava che era morto colpito alla testa da un proiettile. Una morte istantanea e senza sofferenza. Ma la verità era che una granata aveva colpito il rifugio dove si trovava e le schegge lo avevano ferito gravemente. È morto nell’ospedale da campo n. 536 a Hani I Ballan a nord di Sukȅ (Albania), forse dopo parecchi giorni, forse tra atroci sofferenze. Non lo saprò mai con certezza, ma è consolante credere alla versione di papà.

    Nato nel 1920. Anno bisestile. Morto a 20 anni, il Natale 1940. Nella mia fantasia di bambino quelle date tonde, quelle coincidenze, quelle ricorrenze, quei luoghi, mi hanno sempre interrogato. Vent’anni? 1920, 1940. Cosa vuol dire morire a vent’anni giusti? E a Natale poi! Per me, ragazzo, Sante era un nome strano, poco usato in quell’epoca piena di Bepi, Toni, Nani. Un nome unico, come quello di Ulisse, Achille. Insomma un nome da… eroe. Sante era infatti per me un eroe. Un guerriero coraggioso che guidava gli altri soldati verso il nemico, il primo ad uscire dalla trincea e lanciarsi all’attacco, con il cappello alpino calcato sulla testa, la penna nera piegata dal vento… Ed io ero il suo nipote. Ne sarei stato degno erede? Sarei diventato anch’io un soldato? Un alpino?

    Accadde qualche anno dopo, nel maggio 1978, quando arrivò la cartolina rosa e una ventata d’orgoglio mi percorse. Destinazione Belluno. Sarei diventato anch’io un alpino! Potevo anch’io portare quella divisa e quel cappello che aveva portato con orgoglio zio Sante Sandonà. Lui alpino del battaglione Vicenza, divisione Julia, io alpino del battaglione Belluno, brigata Cadore! Ancora adesso, quando in occasione di qualche evento, metto il mio vecchio cappello con la penna, un brivido mi attraversa e sento di onorare e rappresentare così anche lo zio, eroe della mia infanzia.

    Ricordo ancora quando i poveri resti dello zio tornarono a Caltrano per essere sepolti nella tomba di famiglia. Era il 1964. Fu una cerimonia commovente a cui partecipai con vera eccitazione ed orgoglio, io ancora piccolo, giacca, cravatta e pantaloncini corti, sbirciando curioso tra le gambe dei presenti, come molte foto ancora testimoniano. E poi il corteo, il nonno, serio e commosso sostenuto dalla sorella Fiore, che riceve quella piccola bara avvolta nella bandiera italiana, tutti i miei parenti, le scolaresche, le autorità, i carabinieri in uniforme, la gente, i soldati, gli alpini con il fucile… il cappello con la penna sopra il feretro.

    Era emozionante per un bambino vedere tutto questo e sapere che Sante, lo zio che ci guardava ogni giorno dalla foto sulla parete della cucina, mio zio, era tornato a Caltrano da eroe, era tornato a casa tra di noi. Quando abbiamo cambiato casa per trasferirci in via Milano, una delle prime cose che il papà si assicurò di prendere fu la foto dello zio che per trent’anni era stata affissa in quella cucina e che doveva venire con noi nella nuova casa. Il giorno di Natale del 1967 non potrò mai dimenticarlo. Avevo dieci anni, abitavamo ancora alle Giarette e nonno Tobia quel giorno non era a tavola con noi perché era stato invitato a Piovene da zia Santina, che era agli ultimi giorni di gravidanza. Doveva nascere Liliana. Fu per noi un Natale sereno come tanti altri: pranzo, bigliettino sotto il piatto per papà, regalino portato da Gesù Bambino, auguri, panettone.

    Nonno Tobia tornò la sera, dopo aver passato con la figlia e la famiglia di lei quel giorno di festa. Lo avevano portato con la Bianchina di zio Egidio anche al cimitero, per una preghiera sulla tomba di Sante, nell’anniversario della sua morte. Il vecchio con quel cappello floscio calcato in testa, i baffoni bianchi, il mozzicone di sigaro toscano tra le dita, passò per la cucina dove noi stavamo guardando la televisione comperata da poco, ci salutò sorridendo, guardò come sempre la foto dello zio e salì in camera. Il giorno dopo non scese per la colazione. Era andato silenziosamente in cielo, a ritrovare il suo caro Sante.

    Loris Sandonà