Alpini in Kosovo

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    Esattamente trent’anni fa l’inizio del conflitto in Jugoslavia infiammò le regioni vicine all’Italia causando migliaia di morti. In Kosovo i conflitti e la grave crisi umanitaria protrassero l’intervento della Nato che decise, su mandato dell’Onu, di inviare una forza di stabilizzazione. Dallo scorso gennaio la missione degli alpini è quella di continuare a dare speranza ad una popolazione che tanto ha sofferto, come racconta il gen. D. Franco Federici, alpino, comandante della “Kosovo Force” (Kfor), succeduto al pari grado Michele Risi, anch’egli alpino.

    Generale, la missione in Kosovo è iniziata 22 anni fa. Quali sono oggi i nodi ancora da sciogliere e quali le aspettative?

    Kfor è l’operazione più longeva della Nato ed è considerata un esempio di successo per l’Alleanza Atlantica e i suoi partner, per aver contribuito in modo sostanziale alla sicurezz alla stabilità di una regione che fu teatro di un conflitto aspro e sanguinoso tra serbi e kosovari costato migliaia di vittime. Iniziata nel 1999 su mandato della risoluzione Onu 1.244 con una forza internazionale di 50mila soldati, grazie ai progressi registrati in termini di sicurezza ma anche nel campo socioeconomico, Kfor ha visto il proprio contingente ridursi gradualmente alle attuali circa 3.500 unità, mantenendo lo stesso focus del mandato originario, ovvero di contribuire in modo assolutamente imparziale alla libertà di movimento e alla realizzazione di un ambiente sicuro per tutte le comunità che vivono in Kosovo. Il carattere imparziale di Kfor è il fondamento della nostra azione quotidiana che oggi è rivolta anche al sostegno del dialogo tra Pristina e Belgrado promosso dall’Unione Europea, prestando ascolto alle esigenze di tutte le istituzioni e le comunità che vivono in Kosovo, con particolare attenzione ai giovani.

    Quale è il contributo alla missione dei nostri militari e in particolare degli alpini?

    L’Italia gioca un ruolo di primissimo piano nell’ambito di Kfor, detenendone ininterrottamente il comando dal 2013 e fornendo – con più di 540 militari – il secondo contingente numericamente più importante dopo quello statunitense. All’Italia spetta anche la guida del Regional Command West, l’unità che quotidianamente fornisce sicurezza nel Kosovo occidentale, che oggi è basata sul 1º reggimento artiglieria da montagna della Taurinense comandato dal colonnello Francesco Maioriello. E cito ancora la squadra del battaglione alpini Vicenza, attualmente impegnata nella sanificazione delle basi militari e di infrastrutture civili: un compito di vitale importanza in tempi di Covid, per il contingente italiano e per le comunità che esso assiste. Un ruolo di primo piano quindi per le Truppe Alpine, che in Kosovo hanno a lungo operato per la pace e la sicurezza con gli uomini e le donne di entrambe le brigate. Mi preme ricordare anche l’apporto generosamente e puntualmente fornito dall’Ana, attraverso numerosi progetti di assistenza alla popolazione che si sono sommati alle iniziative della Difesa di cooperazione civile-militare. Aiuti concreti che hanno contribuito a migliorare le condizioni di vita di tante comunità e al tempo stesso hanno facilitato il compito delle pattuglie sul terreno degli alpini.

    Quanto è differente l’approccio alla missione in un momento così particolare, dovuto all’emergenza sanitaria che stiamo vivendo?

    La pandemia non ha risparmiato il Kosovo e Kfor ha adeguato prontamente i propri dispositivi adottando tutte le misure di prevenzione necessarie per la protezione non solo dei nostri militari ma anche delle comunità che serviamo. La nostra presenza sul terreno è rimasta adeguata, limitando gli incontri in presenza e facendo ricorso alla tecnologia per mantenere invariata la nostra operatività. Naturalmente Kfor è scesa in campo anche per assistere le istituzioni sanitarie presenti in Kosovo, con un gran numero di donazioni di mascherine e dispositivi di protezione, oltre a facilitare progetti per contrastare il Covid realizzati a favore di tutte le comunità in Kosovo da parte di Paesi membri o partner della Nato. Anche in questo caso l’Italia si è distinta grazie ad una partnership Esteri-Difesa che ha visto lo schieramento in Kosovo di un team sanitario militare interforze, il quale ha messo a disposizione di tutte le istituzioni sanitarie l’esperienza accumulata in prima linea dalle nostre Forze Armate nell’affrontare la pandemia.

    Dopo tre mesi alla guida della missione si ritrova nelle sensazioni e nelle attese che la animavano quando era in procinto di prendere il comando?

    Prima di assumere il comando ero consapevole che una delle sfide poste dalla missione Nato in Kosovo era quella di guidare una forza composta da soldati di ben ventisette nazioni. La mia idea, maturata durante mesi di meticolosa preparazione insieme ai miei più stretti collaboratori, è e sarà quella di investire nel lavoro di squadra ispirandosi allo spirito alpino vale a dire a quella tradizione di serietà, impegno e solidarietà reciproca che contraddistingue le nostre genti di montagna e il nostro amato Corpo. Il fattore umano per me è essenziale, così come lo è l’umanità dei soldati e confesso di essere stato colpito dalla profonda emozione provata giorni fa da un alpino del mio close protection team, tornato negli stessi luoghi dove aveva operato più di vent’anni fa. Ho visto un uomo maturo, un soldato esperto, commuoversi di fronte a uno scorcio della sua vita vissuta al servizio degli altri, che lo ha riportato ai giorni difficili del 1999, quando il Kosovo era un luogo denso di macerie e di sofferenza, al quale migliaia di soldati come lui hanno ridato sicurezza, stabilità e speranza. Ho visto nei suoi occhi il senso della nostra missione e l’umanità che occorre per assolverla, la nostra bussola di uomini, soldati e alpini.