Recuperare il vaccino della memoria

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    Mentre la comunità scientifica e quella politica stanno facendo una corsa contro il tempo per procurare il vaccino contro il Coronavirus, c’è un altro vaccino, altrettanto prezioso, che rischiamo di perdere. È quello della memoria. Da quasi un anno e per altri mesi ancora, come è ragionevolmente prevedibile, non è più possibile fermarsi per ricordare. Una sosta fatta di riti apparentemente formali e ripetitivi, ma che consentono invece di trovarsi insieme per evocare il passato e risvegliare sentimenti capaci di ammaestrare il presente.

    Nel mese scorso è accaduto per Nikolajewka e, sul versante civile, con il giorno della Memoria della Shoah. Memorie ridotte a minuscole celebrazioni di circostanza, ma per il resto finite, come la polvere sotto il tappeto, travolte dalla indifferenza dei più. La memoria è davvero un fattore irrinunciabile per la società. Mi viene da paragonarla al lavoro del contadino che toglie dall’orto le erbe infestanti che crescono tra i prodotti buoni. Erbe infestanti che, oltre la metafora, stanno ad indicare tutti quei rigurgiti di tossine morali e di aggressività che sono nell’animo umano, nelle ideologie impazzite, nell’intolleranza e nei pregiudizi che spuntano come i funghi.

    Un sottobosco malefico che oggi circola con grande facilità, grazie anche all’anonimato della comunicazione digitale, che consente di non metterci la faccia, mentre cresce in maniera esponenziale, dentro il ritmo dei “mi piace”, cliccati per fare valanga, senza assunzione di responsabilità. Senza la memoria, che ci porta a considerare i fatti perché la storia sia maestra, c’è spazio solo per il pregiudizio. Pregiudizio vuol dire giudicare il passato senza informarsi, ma affidandosi esclusivamente alle opinioni soggettive, umori, ideologie e qualche volta agli atteggiamenti di inciviltà sdoganati come atti di libertà. Sappiamo bene che è solo attraverso una continua rivisitazione del passato che sarà possibile far parlare la storia della nostra comune appartenenza, i valori di civiltà, di sacrificio e di dedizione che stanno a fondamento della Nazione.

    Se questo non avviene sarebbe come pretendere che si ami la Patria dopo averne minato le fondamenta. Dove le fondamenta non riguardano la stabilità del quadro politico, ma il senso civico, la dimensione etica del vivere, imparando a distinguere torti e ragioni, bene e male, appartenenza comune e indifferenza verso il bene comune. Cari alpini, il momento difficile ci domanda di ricompattare le fila. Tra poco, nei nostri Gruppi, saremo chiamati a rinnovare la nostra adesione all’Ana. Non è difficile pensare che la mancanza di entusiasmo porterà qualcuno a pensare di defilarsi su posizioni di ritirata o diserzione. Proprio non sarebbe cosa da alpini.

    Quando parliamo orgogliosi degli alpini del passato e delle loro vicende, non è che lo facciamo per accreditarci qualche medaglia retorica da appuntarci sul cappello. “Rendici forti”, recitiamo nella nostra Preghiera. Oggi sono altri i nemici verso i quali dobbiamo essere forti. Prima di tutto quelli nascosti dentro la cultura dell’armatevi e partite, incassando gli onori, ma lasciando agli altri la fatica di impegnarsi.

    No, siamo tutti chiamati a metterci in moto, a stimolare eventuali pigrizie perché nessuno manchi all’appello. Le “guerre” finiscono e allora conteremo le medaglie e ripartiremo con nuovo entusiasmo. Ma prima bisogna essere tutti sul campo, per non essere da meno di coloro che ricordiamo per imparare ed esserne degni.

    Bruno Fasani