Il maggiore Daniele Crespi

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    Daniele Crespi nacque a Milano il 27 aprile 1878. Suo padre Cristoforo Benigno Crespi fu creatore di diversi cotonifici tra i quali, vero fiore all’occhiello, il villaggio operaio Crespi d’Adda, patrimonio dell’umanità per l’Unesco. Fece buoni studi: laurea in chimica industriale, specializzazione per tintoria tessuti in Germania, esperienze all’estero, insomma le possibilità del lombardo di buona famiglia, vocato all’industria.

    Direttore del reparto tintoria nel cotonificio a Crespi d’Adda, tuttavia la vita in fabbrica (oltre tremila operai!) gli andava troppo stretta: cercò integrazioni e compensazioni. Riuscì a integrare: nel 1908 fu eletto al Parlamento italiano e poi rieletto dopo il quadriennio. La scintilla del grande ideale però si accese quando deflagrò “la guerra patriottica” per Trento e Trieste, a integrazione dell’Unità d’Italia. Non appena dichiarata guerra, infatti, si dimise dal Parlamento e sottoscrisse l’arruolamento volontario negli alpini.

    Salutata moglie e quattro figlioletti, dal 5 luglio 1915 fu al fronte in Vallarsa con il 6º Alpini nel btg. Verona. Si distinse subito per disciplina, coraggio, spirito di Corpo, svolgendo il compito di esploratore. L’evento bellico fu vissuto dal Crespi integralmente, dall’inizio alla fine. Del molto attivismo che lo contraddistinse, qui è giocoforza schiudere soltanto alcuni lampi. 1916 – Strafexpedition. Il 15 maggio nel saliente trentino (Vallarsa) e sull’Altopiano l’esercito imperiale scatenò una violentissima azione offensiva: lungo i 40 km di quel settore 1.500 cannoni scatenarono in simultanea un fuoco intenso. Mai visto nulla di simile! I soldati italiani, specie i più giovani, furono assaliti dal panico.

    In quello sconvolgimento Crespi meritò la Medaglia di Bronzo. “Durante due giornate di continui bombardamenti e attacchi nemici, attraversava più volte il settore ai suoi ordini, portandosi ai posti più avanzati intensamente battuti, e dando esempio di calma, intelligenza e sprezzo del pericolo”. Nel forzato ripiegamento, lungo il Leno di Terragnolo, emerse la personalità del combattente determinato e capace. Ebbe la medaglia d’argento: “Quantunque esausto per i disagi e le fatiche dei giorni 15 e 16 maggio, continuava a mantenere un contegno veramente eroico… Di notte si sostituiva ai soldati stanchi e assonnati per la sorveglianza della linea. Avendo abbandonata per ordine superiore la posizione di Monte Sarta, partiva spontaneamente con il gruppo di volontari per rioccupare subito le trincee abbandonate”. Fu promosso tenente. E poi la nostra controffensiva.

    Crespi si lancia in azioni ritenute impossibili come la riconquista di forte Matassone, facendo 200 prigionieri tra cui cinque ufficiali. “Ferito, rimaneva al suo posto di combattimento fino al termine dell’azione”. 1917 – Battaglia dell’Ortigara. Ben otto mesi gli furono necessari, in ospedali diversi, per sanare ferite e una situazione non chiara di bronchi e polmoni (gas?); ciononostante il 2 marzo 1917 rientrava al deposito del 6º Alpini e due giorni dopo era di nuovo con il btg. Verona al fronte sull’Altopiano. Attacchi e contrattacchi, in continuazione, per la battaglia dell’Ortigara. In un attacco, quasi corpo a corpo, fu di nuovo ferito (14 giugno 1917): ospedaletto da campo poi all’ospedale di Bassano.

    Ritorna al fronte ad agosto, promosso “Capitano in detto btg. Verona per merito di guerra, con anzianità 15.6.1917”. Con la rotta di Caporetto e l’invasione del nemico, sull’Altopiano (dal 24 ottobre) si combatté la 2ª battaglia d’Arresto. Il Verona, abbandonato Monte Palo, si trincerò alle Melette, dove subì perdite gravi: fu quello il frangente più difficile ma anche luminoso del capitano degli Alpini, là sui campi di battaglia del Monte Ortigara e alle Melette di Gallio e di Foza. 1918 – Battaglie del Piave.

    Il Verona, ricostituito, lungo l’anno fu di appoggio in vari apprestamenti e azioni. Il 24 ottobre si scatenò la battaglia risolutiva della guerra. Per quella 3ª Battaglia del Piave il btg. Verona fu aggregato alla 12ª Armata del generale Francese César Graziani. Dopo tre giorni di aspri e sanguinosi assalti, l’Armata riuscì con molta difficoltà a gettare un ponte sul Piave a Pederobba e alle 3 iniziò il passaggio del fiume. Il ponte fu presto individuato e bersagliato dal nemico. Alle 6 il ponte fu distrutto: erano riusciti a passare un reggimento francese e due battaglioni alpini, uno dei quali era il Verona con il magg. Crespi. Rimasero isolati tra il fiume e l’apprestamento difensivo avversario.

    La resistenza fu protratta sino al ritiro del nemico, costrettovi per non essere a sua volta accerchiato dai nostri rinforzi che altrove varcavano il fiume. Il Crespi nello scontro, in cui lo si vide sempre in prima linea, fu ferito per la terza volta… ormai però la guerra volgeva a conclusione: pochi giorni dopo a Padova veniva sottoscritto il patto d’armistizio. 1919 – Ritorno alla vita civile. Guarì in meno di due mesi e dal 1º gennaio 1919 fu inviato con il 6º Alpini e nel suo Verona a presidiare le zone d’armistizio a Caporetto, dove il 9 gennaio gli pervenne la promozione a “Maggiore M.T. arma di Fanteria per merito di guerra dal Comando Supremo con decorrenza 29.10.1918” ossia dal ferimento in battaglia nello scontro sul Piave a Valdobbiadene.

    In congedo dal 7 marzo 1919, non rimase inerte: a Milano, incontri con vecchi amici e reduci, evocazione di persone e di vicende, di azioni e di passioni, di Caduti e di sopravvissuti, crescendo il bisogno di ricordare e di non lasciar estinguere ideali, attese, speranze e pure delusioni, memoria di sofferenze, prossimità di persone e il volto “di quelli rimasti là tra i monti”. Fra ricordi e sentimenti intensi, sbocciò, come stella alpina tra le rocce, l’impellenza di una compagine associativa che potesse amalgamare i depositari di memorie forti e valori alti. Ebbe origine così, a Milano, con loro e da loro, l’8 luglio del 1919 l’Ana.

    D’impulso, il magg. Daniele Crespi (poi tenente colonnello) fu scelto come Presidente. Per breve tempo, tuttavia, poté esserlo: reso invalido per le ferite di guerra e i polmoni intaccati probabilmente dai gas asfissianti nella prima battaglia d’arresto in Vallarsa, fu costretto a vivere all’aria di Valtellina. “Andò avanti” a Chiesa Valmalenco, il 20 febbraio 1944. L’estrema espressione del maggiore Crespi fu il suo volto finalmente rasserenato in un accenno di sorriso, appagato perché gli riferirono dell’indomito valore, poco prima, del btg. Verona a Nikolajewka.

    Luigi Cortesi

     

    TIMO BORTOLOTTI, SCULTORE ALPINO

    Orgogliosamente, Timo Bortolotti (Darfo, 1884 – Milano, 1954) ha inteso chiarire, firmando l’opera del memoriale di Daniele Crespi, di essere “scultore alpino”. Alpino lo fu, infatti, generosamente e totalmente, con un battesimo di fuoco sull’Ortigara: azione temerariamente coraggiosa e una grave ferita che faceva prevedere il peggio o, quantomeno, una invalidità permanente; invece se la cavò, proprio per il suo carattere temprato sulla roccia, e se la cavò egregiamente, senza la paventata invalidità psicofisica bensì con la meritatissima Medaglia d’Argento al Valor Militare: “Tenente 819ª Comp. Mitraglieri, VIII Gr. Alpini, Comandante di una Sezione Mitragliatrici: alla testa di essa incitando i suoi soldati con la parola e con l’esempio, con mirabile ardimento e sprezzo del pericolo, si lanciò attraverso un punto di obbligato passaggio, intensamente battuto dal tiro delle mitragliatrici nemiche, per raggiungere località adatta per controbattere l’avversario, che con fuoco efficacemente ostacolava l’avanzata delle colonne d’attacco. Ferito alla testa e alle mani, nonostante le ingenti perdite subite della Sezione, proseguì nell’avanzata fino a raggiungere la meta dove venne nuovamente e più gravemente ferito da granata nemica. Monte Ortigara, 25 giugno 1917”.

    Timo Bortolotti fu uno “scultore completo”: le sue opere coprono tutto lo spettro operativo della modellazione artistica, dal piccolo al grande. Noto al pubblico soprattutto per le grandi opere, si estrinseca artista genuino anche nelle dimensioni medie e piccole. Possiamo, senza esitazioni, sottoscrivere l’analisi di una specialista d’arte fra le più attente, competenti e obiettive. “Pochi artisti, tra quanti nel Novecento si sono misurati con la dimensione monumentale, hanno saputo esprimersi efficacemente anche in una dimensione ridotta, come Timo Bortolotti. In pochi, come lui, far grande e far piccolo convivono così armoniosamente. Bortolotti ha scolpito un Cristo colossale che domina le valli e testine di bimbo di pochi centimetri, opere celebrative e figurette non più ingombranti di un fermacarte. E tutto con una stessa tensione lirica, perché quello che gli interessava non era la fisicità della materia, ma la spiritualità che la sua arte poteva infonderle.

    Timo Bortolotti è stato forse, negli anni fra le due guerre, il nostro maggior scultore di figure infantili: capace di catturare la beatitudine di un neonato che dorme e lo stupore di una creatura di pochi anni, il gesto incerto di una bambina e la grazia dell’adolescenza, la calma appagata di un figlio tra le braccia della madre e la tenerezza di due fratellini” (Elena Pontiggia, Il soffio umano di Timo Bortolotti). Tra le opere più importanti, ricordiamo: il monumento ossario al Passo del Tonale (1922-1936); il monumento ai Caduti a Castel Goffredo (1925); il Cristo Re di Bienno, statua imponente (1930); Il monumento ai Lupi di Brescia (1931); il monumento a Giuseppe Perrucchetti (1932); il mezzobusto del gen. Achille Papa (1937); il gruppo dei fratelli Calvi (1952) e il bassorilievo di Daniele Crespi. Da queste pagine la nostra Associazione gli rende il dovuto riconoscimento e un tributo di imperitura riconoscenza.