Quel piccolo fuoco

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    Stimatissimo direttore, vorrei farti leggere il ricordo di un lontano Natale di mio suocero Gatti Secondo di Angiari (Verona), così come lo rievoca a figli e nipoti. «Balcani 1943, il fuoco di Natale. Sono un reduce della seconda guerra mondiale. Nel periodo natalizio mi tornano alla mente tanti ricordi e uno di essi risale al Natale del 1943, ossia 72 anni fa.

     

    Io mi trovavo nelle alte montagne dei Balcani, dove mi ero rifugiato per sfuggire alle truppe tedesche. Venne così la notte di Natale, su quelle alture percorse da un vento leggero e freddo. Indossavo indumenti ormai logori, e mi difesi dal freddo accendendo un piccolo fuoco. Cosi scoprii che mi trovavo nello stato di povertà più profonda (compresa la solitudine) e che in tal modo venivo a somigliare a Gesù Cristo nella sua nascita umana a Betlemme. Così, le ore penose di quella notte trascorsero col piccolo fuoco e con i miei pensieri, e ogni cosa mi riscaldava un po’. Torno ora, dopo 72 anni, col pensiero a quella notte, a quel ricordo avvolto nella sofferenza, e sento che il piccolo fuoco non si è più spento. Esso vive sempre nel mio cuore. È acceso anche per il Natale 2015, col pensiero a Gesù in quel primo atto di vita terrena, e col pensiero al mondo tanto ammalato, che ha bisogno di sentirsi più vicino a Lui, con un piccolo fuoco dentro ognuno di noi».

    Agostino Moretto

    Talvolta per indicare una persona in stato di sofferenza la si definisce un “povero Cristo”. È un’espressione che, abitualmente, risveglia il compatimento. Oggi Secondo Gatti ci ricorda che identificarsi col povero Cristo, non è solo una grande fatica esistenziale, ma prima ancora è l’arma più grande per affrontare i percorsi impervi della vita.