Purezza linguistica

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    È molto tempo che voglio scrivere una lettera del genere, mi ha trattenuto la modestia del mio intervento e poi mi sembra di capitare male. Una nazione si identifica con l’etnia ma soprattutto nella lingua parlata, con l’adozione di termini in lingua diversa nel caso in cui ci siano certe definizioni nate in quella lingua e non traducibili nella lingua della nazione. Da qualche tempo in Italia si usano definizioni in inglese anche a sproposito, ma mi riesce difficile accettare che questa moda, perché secondo me è una moda e non una necessità, sia adottata dagli enti istituzionali e addirittura dal Governo. Sempre secondo me è uno sfoggio di istruzione e nemmeno di cultura. Non accade in Francia dove si dice loi travail e non jobs act, la Spagna fa altrettanto e poi la famosa spending review non era più idoneo e comprensibile dire revisione della spesa? Ma è qui che casco male perché su L’Alpino di giugno a pag. 22 si dice sold out traducendo subito dopo tutto esaurito. Il mio parere è che almeno gli organi ufficiali dello Stato e della nazione italiana e quanti altri lo ritengano opportuno non si lascino attirare da questa moda e detto in lingua (e non dialetto) piemontese “esageruma nen”.

    Cesare Battaglia, Gruppo Cuneo Centro, Sezione di Cuneo

    Caro Cesare, le tue sono considerazioni assolutamente condivisibili, anche se ritengo che ostinarsi sulla purezza linguistica rischi di diventare una battaglia coi mulini a vento. Purtroppo, soprattutto in certi ambiti, l’anglofilia sta diventando un contagio. Senza contare che tutto il mondo sta adottando, quantomeno nelle relazioni di affari, la lingua di Albione.