Postini dentro la società

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    Quando nel mese scorso camminavo per le vie di Milano, sotto lo sguardo della Madonnina, giusto per concordare qualche dettaglio organizzativo, mi dicevo che ero fortunato ad essere in salute e poter partecipare all’Adunata del Centenario. Fortunato perché la mia vita, come la maggior parte di voi che leggete, è trascorsa lontana dalle guerre. Sgusciata fuori dalle sacche del pericolo, per una immeritata fortuna, che è quella di aver vissuto in pace. Ma mi dicevo fortunato anche perché il Centenario è un importante momento di coscienza. Come se dagli spifferi della storia entrassero dentro nell’animo, portando un fiotto di insegnamenti, riflessioni, sentimenti di pietà, pensando a quanto è accaduto a tanti nostri fratelli solo una manciata di anni fa. E mi tornano alla mente le parole di Ungaretti, nella poesia San Martino del Carso. Di queste case/ non è rimasto che qualche brandello di muro. /Di tanti, che mi corrispondevano/non è rimasto neppure tanto. /Ma nel cuore nessuna croce manca. /È il mio cuore il paese più straziato. La memoria è misera cronaca con la ruggine se non risveglia saggezza e umanità, se non diventa anche nostalgia e spinta nuova per ripartire. A forza di dirci che il progresso è guardare avanti senza mai girarsi, qualcuno ha finito per confonderlo con la novità. E invece il progresso è sempre un tornare alle radici, per salvare il bello che abbiamo incontrato lungo la strada, riproponendolo sul piatto dei nostri giorni. Non sarà un caso se i nostri ragazzi cantano le canzoni degli anni Sessanta, Settanta… se conoscono Battisti meglio di noi. Certamente perché noi le abbiamo cantate e le abbiamo insegnate. Ma soprattutto perché sta nella loro potente bellezza se si sono imposte sedimentandosi nei gusti culturali contemporanei. Retorica penserà qualcuno. No. Il Centenario ci consegna vicende, ma soprattutto uomini di valore. Quelli noti che sono finiti nei libri e sulle lapidi, ma anche la moltitudine degli anonimi, non meno preziosi nel fare il bene del Paese. Gente che credeva nell’essenziale: la famiglia, la Patria, la millenaria civiltà cristiana, la fatica dell’essere per gli altri, la sobrietà… E perché la loro scia non si riduca alla retorica delle chiacchiere è necessario che ognuno di noi torni ad essere come i vecchi postini di un tempo, quelli che andavano casa per casa, sapendo tutto di chi abitava nelle case. Postini magari un po’ stanchi e qualche volta tentati di ritirarsi, perché la cultura ci consegna strade insicure, i veleni dell’aria stagnante, percorsi angusti fatti di pensieri ristretti e limitati, storie di corruzione e relazioni devastanti, mentre tanti sordi, ciechi e stolti stanno al comando. Il Centenario ci rimette al collo la sacca del postino, convinti che un Paese non si cambia né con la finanza, né soltanto con la tecnica. Contro ogni possibile rassegnazione diciamo forte che l’Italia si cambia con gli uomini. Uomini e donne pronti a scendere in piazza, senza gilet e senza bandiere, se non quelle della faccia pulita e della coscienza limpida. Coscienza su cui vigilare giorno per giorno, per evitare che l’ombra del cappello alpino faccia da scudo all’ipocrisia di chi vorrebbe adeguarsi all’andazzo, dimenticando il richiamo profetico che gli viene dalla storia che porta sul capo.

    Bruno Fasani