Per Matteo

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    È un piccolo presepe, un semplice manufatto in legno legato al Natale come in questi giorni se ne potrebbero trovare, se non fosse per la pandemia, nei tanti mercatini di tradizione. A questa minuscola icona è legata però una storia, una storia triste che incrociò la vita di Matteo e di riflesso la mia. Teatro della vicenda, un piccolo avamposto non più grande di un campo di calcio a 5, un lembo di Italia arroccato nella valle del Gulistan, un puntino nel cuore del deserto afgano chiamato Buji, un cuneo, una spina nel fianco sulla strada dell’oppio in territorio talebano, presidiato da 25 alpini del 7º dove Matteo incontrò il proprio destino che, quantunque strategico per il presidio dell’area, dopo alcuni mesi dalla morte del ragazzo, venne chiuso, abbandonato e ritenuto zona operativa troppo a rischio. Tutto ebbe inizio in una tetra stanza del “Celio” di Roma. Era sera quella domenica di gennaio. Nella camera ardente dell’ospedale militare, eravamo lì, attoniti, fissi sulla foto di Matteo posta sulla bara avvolta nel Tricolore. Volgeva al termine una giornata, o meglio, la giornata da cerchiare in rosso nel calendario della vita. Quella mattina, un C130 ci aveva riportato Matteo, o meglio, quello che di lui restava. Nel pomeriggio poi, alla richiesta, quasi un imperativo, di poterlo vedere, le autorità militari si trovarono disarmate e forzando o aggirando regolamenti, ci concessero quello che ricorderò come il momento più struggente della mia intera vita. Nella camera ardente con noi, provati nel corpo e annientati nello spirito, c’era don Fabio Pagnin, cappellano militare, che dopo aver chiuso gli occhi al ragazzo, lo aveva accompagnato nel viaggio di ritorno. Era lì, in disparte e comprendendo la particolarità del momento, si avvicinò a me stringendo nella mano questo piccolo presepe. Franco, ti devo parlare. Tu sai, mi disse, che nei giorni delle festività cristiane, talebani o qualsivoglia terroristi islamici sono particolarmente aggressivi. Io ero lì, a Buji nell’avamposto con tuo figlio e spaventato dai continui scoppi e spari cercavo riparo nei ricoveri. Matteo venne a cercarmi e con il solito fare scanzonato, mi prese il braccio e portandomi all’aperto disse: «Sai Fabio cosa diceva don Gnocchi? “Dove il pericolo è più grande, lì, la presenza di Dio è più forte e quindi il tuo posto è qui”». Erano i giorni del Natale, volle essere confessato e io gli feci dono di questa natività che qualche giorno più tardi, dopo avergli chiuso gli occhi, ritrovai nella sua tasca. Ora l’affido a te quale padre e depositario della sua memoria. Preda dei miei pensieri, lontano dalla realtà, meccanicamente accolsi questo simbolo di pace e cristianità passando oltre. Da allora la ruota del tempo ha girato parecchio. Già sto invecchiando. A volte penso a tutto questo come a vicende pregresse, lontane, ad esse mi aggrappo però con caparbia perseveranza. Passo dopo passo, onorando una regola mai scritta ma radicata nel tempo, ho ancora scritto di lui. Forse la qualità del lessico e gli argomenti, o meglio l’argomento, portano a considerare il tutto in chiave monotematica, ma scrivere di lui per me è un dovere morale, un fatto imprescindibile teso a far sì che la sua memoria rimanga viva. Quello che ogni anno cerco di narrare con dovizia di fatti circostanziati, credetemi, per me ha un prezzo, un alto prezzo che pago però volentieri. È trascorso un decennio, 120 mesi, 520 settimane, 3.653 giorni, un tempo breve di un’intera vita, ma lungo da gestire per un padre che di un passo non è arretrato nel ricordare il suo ragazzo e mi piace pensare a mio figlio sorridente, magari compiaciuto del suo papà. Sì, anche questo è un modo di farlo vivere e autorizzarmi a credere che ne sia valsa la pena.

    Francesco Miotto, papà di Matteo

    In questa lettera c’è l’Infinito. Ma c’è anche il miracolo della fraternità, quando gli uomini decidono di prendere sul serio il Natale. Perfino gli auguri sembrano disturbare il mistero che impregna parole e immagini. Li facciamo comunque dentro i contorni di un abbraccio grande.