Per i più deboli

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    Covid-19. Questa parola, che ormai conosciamo fin troppo bene, nei primi giorni di febbraio ci appariva come qualcosa di estraneo, un termine che veniva pronunciato principalmente nel lontano Oriente. La nostra attività negli aeroporti si limitava ad agevolare le verifiche dei passeggeri che arrivavano dai Paesi interessati dal virus, con l’ausilio di pochi volontari, infermieri specializzati o medici. Poi, la notte del 21 febbraio una doccia fredda: si manifesta il primo caso a Vo’ Euganeo (Padova) con un paziente ricoverato a Schiavonia in gravi condizioni.

    Poco prima di mezzanotte il telefono squilla, è la direzione regionale di Protezione Civile che comunica la necessità di allestire alcune tende all’esterno dell’ospedale civile per consentire al personale di non rientrare a casa fino a nuove disposizioni: in questo modo tutte le persone che quel giorno erano presenti in ospedale rimangono bloccate. Indosso la divisa e mi dirigo verso Schiavonia, fermandomi in Regione per ritirare i dispositivi di protezione individuale; arrivo verso l’una di notte e trovo ad aspettarmi la responsabile della sanità del 3º Raggruppamento, un’infermiera professionista da poco in pensione. Indossiamo le protezioni e ci avviamo verso la zona prevista per l’incontro con i responsabili locali. Il clima è cupo, il silenzio spettrale, dinanzi all’ingresso dell’ospedale un gruppo di volontari locali presidiano l’accesso per evitare flussi in entrambe le direzioni.

    Non è come durante le ricognizioni dopo un’alluvione o un terremoto, qui non si vede e non si sente niente, leggi solo la paura negli occhi dei tuoi interlocutori: è un nemico subdolo e invisibile, un nemico da temere. Tutto è iniziato così. Da quel momento in poi l’Ana si è messa a disposizione delle strutture regionali di competenza e gli ambiti di intervento hanno riguardato l’installazione di tende per il triage all’esterno degli ospedali civili, l’allestimento di tende all’esterno delle strutture carcerarie della Regione Veneto, l’approntamento di due Posti Medici Avanzati, uno presso l’ospedale di Treviso e uno presso l’ospedale di Belluno. A latere, non meno impegnative, tutte le attività di supporto alla popolazione, nei Centri Operativi Comunali, nei call center di strutture sanitarie, nel trasporto di medicinali, per la consegna della spesa. Insomma un sacco di attività spicciole che avrebbero costretto le persone più fragili a uscire di casa rischiando la propria vita.

    Una routine che ha tenuto impegnati circa 200/300 volontari al giorno. Ma la curva dei contagi sale ininterrottamente e si teme una crisi dei posti letto, specialmente in terapia intensiva e ci viene chiesto un aiuto per riaprire le vecchie strutture ospedaliere dismesse. Insieme ai funzionari regionali e alle Usl abbiamo fatto attività di ricognizione: tre strutture nel veronese (Bussolengo, Isola della Scala, Zevio), una nel Padovano (Monselice) e una nel trevigiano (Valdobbiadene). I volontari sono stati attivati il venerdì mattina e a metà pomeriggio le prime squadre erano già operative. Sono stati giorni intensi e impegnativi ma i risultati sono stati più che appaganti: cinque strutture sistemate in sette giorni! La domenica il primo ospedale era pronto, poi i primi giorni della settimana il secondo e il giovedì tutte le strutture sono state rese fruibili.

    Circa 500 volontari, suddivisi tra i vari siti, hanno lavorato fianco a fianco con i tecnici delle Usl e gli specialisti delle forniture ospedaliere (gas tecnici, climatizzazione, ecc.) che non hanno mai smesso di ringraziarci per il supporto e la nostra infinita volontà di raggiungere l’obiettivo, nonostante le mille difficoltà e i timori per il contagio: è stata la dimostrazione di un sodalizio vincente e appagante tra volontariato e istituzioni. Dopo questo evento che ha richiesto uno sforzo considerevole le attività sono ritornate quelle abituali elencate in precedenza, finché non è arrivata la richiesta di supporto per la distribuzione porta a porta delle mascherine. In questa operazione così capillare le Sezioni sono state fortemente coinvolte e il dispiegamento medio giornaliero di volontari per un paio di settimane è oscillato tra le 500 e le 800 unità.

    Nel frattempo la Regione Veneto ha chiesto il nostro aiuto per la distribuzione del materiale sanitario che arrivava dal dipartimento (principalmente Dpi), con l’allestimento di un centro logistico presso la nuova sede della Colonna mobile nazionale, nel nostro magazzino di Campiglia dei Berici (Vicenza), attività che tutt’ora è in funzione e che durerà almeno per tutto il mese di maggio. Ultima attività in termini temporali è stato l’allestimento dell’Ospedale da Campo, donato al nostro Paese dal Qatar, nel parcheggio adiacente l’Ospedale civile di Schiavonia. Siamo ritornati dove tutto è iniziato…

    I primi incontri con una delegazione del Qatar e dei funzionari regionali si sono tenuti il 9 aprile a Verona, sono seguite una serie di visite all’aeroporto militare di Villafranca (Verona) dove stavano atterrando i primi voli cargo con il materiale destinato alla costruzione. Si è rivelata da subito un’operazione molto complessa poiché è un gruppo di quattro tendostrutture di dimensioni molto grandi, inoltre stiamo operando in un contesto internazionale: il Qatar ha messo a disposizione una task force di una ventina di persone, quasi tutti militari, per coordinare le operazioni di montaggio. È stata coinvolta l’aeronautica (il 3° stormo di Villafranca, Verona) con una ventina di unità e infine noi alpini, circa trenta volontari.

    Andrea Da Broi