Patrimonio di alpinità

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    Nell’ultima domenica di giugno gli alpini d’Italia si ritrovano al rifugio Contrin, nel cuore delle Dolomiti; ed anche quest’anno, per la 36ª volta, è stato così.

    Il 30 giugno scorso, in una giornata baciata dal sole, con il Presidente nazionale Sebastiano Favero, il comandante il 2º reggimento Genio guastatori alpino, col. Gaetano Celestre – in rappresentanza del comandante delle Truppe Alpine – e insieme a molti componenti del Consiglio Direttivo Nazionale, a tantissimi alpini, vessilli e gagliardetti (quasi 300!), siamo saliti al Contrin a ben rappresentare la nostra Associazione, vitale e unita come non mai a cento anni dalla sua nascita. Benché l’organizzazione del raduno competa alla Sezione di Trento – ovviamente presente al gran completo con vessillo, Presidente e Consiglio – questo raduno è soprattutto un evento che coinvolge, e non solo idealmente, tutto il nostro sodalizio, tanto è ricco di elementi concreti e simbolici che fanno del Contrin una sintesi unica e straordinaria della nostra storia e dello spirito alpino.

    È straordinaria anzitutto l’epopea che portò dapprima alla distruzione, in tempo di guerra, del rifugio, che all’epoca era sede di un comando austriaco sulla linea del fronte, e quindi alla sua ricostruzione post bellica ad opera di quelle stesse mani che, in nome del dovere, lo avevano abbattuto a colpi di cannone, arditamente e faticosamente issato dagli alpini sul Col Ombert. È straordinario poi che quelle mani non solo fossero “alpine”, ma che persino appartenessero ad una delle figure chiave dell’Associazione: il capitano Arturo Andreoletti, nel frattempo diventato Presidente dell’Ana.

    Proprio nel 1926 si decise di tenere al rifugio Contrin la 7ª Adunata nazionale, in un luogo ritenuto in qualche modo fatale, non soltanto perché incastonato nel bel mezzo di un incantevole paesaggio alpino, ma perché le sue vicende, di distruzione e ricostruzione, di guerra e di pace, di ricordo e riconciliazione, di amorevole conservazione, sono metafora della caparbietà e dell’impegno tipici dello spirito alpino. Ma c’è anche di più.

    Quest’anno ricorrono i 45 anni di gestione del rifugio da parte della famiglia De Bertol, capostipite l’alpino Giorgio, e il 26 giugno 2009 (è quindi il decennale) l’Unesco ha proclamato le Dolomiti patrimonio mondiale per il loro inestimabile valore paesaggistico e geologico, con queste parole: “Le loro cime, spettacolarmente verticali e pallide, presentano una varietà di forme scultoree che è straordinaria nel contesto mondiale. Queste montagne possiedono inoltre un complesso di valori di importanza internazionale per le scienze della Terra”.

    Le Dolomiti, perla ed emblema dell’Alpe italica, sono dunque considerate universalmente uno dei luoghi più belli del mondo, meritevoli di un riconoscimento speciale. Ma il Corpo degli alpini, nato proprio perché uomini nati e vissuti sulle montagne vi si insediassero a difesa dei confini della Patria, è da sempre anche parte integrante e custode proprio di quelle montagne – come dimostrano il rifugio Contrin e la sua storia – sicché ci si può azzardare, magari con un poco di immodestia, ad affermare che anche gli alpini sono partecipi di quel riconoscimento, e perciò che anch’essi sono un autentico “patrimonio” se non mondiale, almeno nazionale, da non disperdere.

    E allora il Contrin merita l’auspicio che l’Ana possa riconoscergli ufficialmente il ruolo che merita, conferendo solennità non periodica, ma stabile, al raduno, e così permettendo di onorare con la presenza del nostro massimo simbolo, il Labaro un luogo tanto significativo, e non solo in senso fisico, della nostra storia associativa e del nostro Dna alpino.

    Roberto Bertuol