Paradiso di Cantore e dintorni

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    Devo confessare che l’espressione eufemistica, molto diffusa tra noi, secondo la quale un alpino che “va avanti” giunge nel “Paradiso di Cantore”, mi ha sempre fatto sorridere, perché suona simpaticamente un poco blasfema. In ogni caso è tipica del nostro particolarissimo modo d’essere e della visione per così dire alpinocentrica dell’intero creato così come concepito dagli uomini con la penna, l’ultraterreno compreso. E dunque la declinazione secondo alpinità di tutto ciò che ci circonda non poteva certo risparmiare l’Aldilà, con ciò che ne consegue. Gli alpini godrebbero cioè d’un trattamento paradisiaco molto speciale, una sorta di spazio celeste ad essi riservato (il Cantor-paradiso, luogo del riposo eterno di uno dei simboli del mito alpino), dove l’Onnipotente (Dio del Cielo e Signore delle Cime) ci concederà il privilegio di andare “per le sue montagne”. Mi rendo conto che sarà anche esagerato, ma sono davvero convinto che in fondo gli alpini questo “privilegio” se lo siano meritato, quanto meno per il sangue e il sudore copiosamente versati per la Patria, per le tante opere generose e disinteressate a favore di chi ha bisogno e per la semplicità del loro animo. Altrettanto vero che sono di parte e perciò la mia opinione conta assai poco… Nei giorni del Coronavirus non posso fare a meno di pensare, al cospetto della troppo lunga funerea contabilità, che dietro a quei numeri anonimi ci sono i volti di donne e uomini che erano, fino a ieri, tanti autentici punti di riferimento delle nostre famiglie e delle nostre comunità. Quelli che a centinaia, migliaia non ce l’hanno fatta a sopravvivere al virus sono, per lo più, le nostre care nonne e i nostri cari nonni, i nostri carissimi veci. E quanti alpini ci sono tra loro? Purtroppo tanti. Troppi. Ci piace allora pensare che essi siano tutti “andati avanti” ad affollare proprio l’ingresso di quel Paradiso di Cantore, dove, dopo un po’ di anticamera e qualche mugugno tipicamente alpino, ordinatamente accederanno, uno dietro l’altro in colonna, col loro cappello alpino ben calzato in testa e il passo lento e cadenzato degli uomini-soldati delle Alpi, che essi sono e saranno per l’eternità. Corre il pensiero al Calvario degli alpini, all’Ortigara, alla Colonna Mozza innalzata lassù dall’Ana per non dimenticare le migliaia di Caduti, tra cui tantissimi giovani alpini. Furono moltissimi, quasi 16.500 tra italiani e austroungarici a morire, altre migliaia i feriti, dal 10 al 29 giugno 1917, sotto il cannone e la mitraglia, ed erano perlopiù ventenni o giù di lì. Ecco che adesso, in un lasso di tempo di poco più lungo, si verifica un tragico e inimmaginato parallelo: un numero anche maggiore di vite è stato spazzato via da un nemico molto più subdolo, ma altrettanto letale. Erano perlopiù ottantenni. Che pena però non potervi stare accanto, cari veci, non potervi accompagnare nell’ultimo pezzo di sentiero. Ve ne siete andati improvvisamente, da soli, e la Preghiera dell’Alpino tocca recitarvela a distanza, col pensiero. Quanto durerà questa sofferenza? Quanti distacchi improvvisi l’epidemia ancora provocherà? Interrogativi che ancora non trovano risposta. Ma noi alpini non dobbiamo mollare, lo sappiamo, e non cederemo, non avremo paura. Soprattutto, dovremo avere fiducia e speranza anche perché, come diceva il titolo di una celebre pellicola… il paradiso (anche quello di Cantore) può attendere.

    Roberto Bertuol, Sezione di Trento