Opinioni da Nord a Sud

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    L’Ana è profondamente radicata al territorio. Non c’è contrada che non abbia avuto a
    che fare con la realtà alpina. Ed è chi col territorio si confronta ogni giorno che dei territori
    percepisce il respiro e le tendenze. Ecco perché abbiamo chiesto a undici Presidenti di
    altrettante Sezioni, dal Piemonte alla Sicilia, di raccontarci come vivono il centenario, come
    sentono il rapporto con questo traguardo storico, come fotografano ogni giorno la situazione operativa dell’Associazione e che cosa pensano del nostro futuro.
    Il ritratto che ne emerge presenta ovviamente non pochi aspetti di omogeneità: del resto
    non si diventa presidente di Sezione se non si hanno alle spalle solide tradizioni e motivazioni alpine. Però le sfumature non sono poche e stanno a sottolineare da un lato l’orgoglio ed i sentimenti legati all’appartenenza ed alla storia e, dall’altro, la preoccupazione, non certo velata, per il futuro associativo.

    GUIDO VERCELLINO (TORINO) – È significativo che l’Ana, nata nel 1919 subito dopo la fine della Grande Guerra, sia riuscita a raggiungere il traguardo dei 100 anni passando attraverso la nascita e lo sviluppo del Fascismo e la Seconda guerra mondiale, le tensioni politiche della guerra fredda, le contrapposizioni ideologiche, mantenendo intatti i principi fondamentali enunciati nello Statuto e senza subire influenze politiche che a seconda dei vari periodi della sua vita avrebbero potuto snaturarla. Forse proprio questo è il motivo principale della sua longevità. La memoria di quanto ogni socio ha vissuto assieme ai suoi commilitoni nel corso della sua vita è il patrimonio più importante della nostra Associazione. È stato, ed è, fondamentale essere un’Associazione d’Arma, mantenendo intatto il cordone ombelicale che ci lega al periodo della nostra naja. Da questo nasce la nostra voglia di stare assieme, di incontrarci e assieme di ricordare, la sensibilità per i problemi degli altri, lo stimolo a rendersi utili alla società in cui viviamo e alla nostra Patria. Malgrado la progressiva riduzione dei reparti delle Truppe Alpine abbiamo assistito fino agli anni Novanta un progressivo costante aumento del numero dei soci, ora stiamo vivendo con preoccupazione le conseguenze della sospensione del Servizio militare obbligatorio che ha causato una, seppur lenta, costante diminuzione dei soci. Dobbiamo interrogarci su che fine hanno fatto i ragazzi che fino al 31 dicembre 2004 hanno fatto l’alpino. Gli ultimi alpini di leva dovrebbero avere 35 anni. Questa è la sfida, che deve essere vinta partendo dai Gruppi che sono l’elemento fondamentale della nostra Associazione. Pur mantenendo intatto il nostro spirito e il nostro stile è necessario che arrivino a formulare dei programmi di attività che siano captive per la fascia di età 35/55 anni. Forse non bastano più le riunioni conviviali, le bocce e le carte. Dobbiamo essere capaci di confrontarci con il mondo tecnologico in cui viviamo. Nell’arco di 30 anni il nostro modo di vita è stato stravolto, abbiamo mantenuto il passo? Dobbiamo incrementare il flusso dal basso verso l’alto, partendo proprio dai Gruppi, raccogliere le loro idee, le loro proposte e pur verificandone la congruenza con lo Statuto e il Regolamento, sostenerle e promuoverle. Bisogna fornire sostegno ai Capigruppo: sempre più numerose sono le realtà in cui si fatica a trovare chi è disposto a farlo con entusiasmo e creatività: questa è la sfida principale per le Sezioni.

    CHICCO GAFFURI (COMO) – Di primo acchito, si pensa al piacere di un compleanno così importante da meritare grandi festeggiamenti. È vero, giusto far festa, giusto guardare indietro e ripercorrere una storia fatta di uomini, di sentimenti di iniziative e di opere, tante delle quali sono ancora lì da vedere. Sulle spalle di noi tutti soci c’è la responsabilità di maneggiare con cura, senza rovinarla, una macchina preziosa che non si ferma da un secolo. La responsabilità di usarla con rispetto perché, come tutte le cose belle, ci vuol poco a guastarla. La responsabilità di essere i custodi di un vero e proprio patrimonio, il patris munus il dono del padre, come un’eredità da conservare e da far fruttare. È proprio questa l’immagine che io do alla nostra Associazione; è per questa ragione che ne sono letteralmente innamorato. Purtroppo siamo numericamente in calo e lo spirito che anima gli alpini più o meno miei coetanei, ho 68 anni, non è esattamente quello che trovo nei giovani, i nostri successori. Noi siamo cresciuti in un mondo che aveva ancora il sapore dei sacrifici della guerra appena passata; avevamo più o meno tutti in casa qualcuno che, pur avendo vissuto e sofferta quella guerra, emanava senso del dovere, amor di Patria e orgoglio di essere stato un soldato. Anche senza tante parole, gli esempi che ricevevamo erano efficaci. I nostri giovani iscritti, ormai pressoché quarantenni, sono cresciuti in modo diverso. Sono sicuramente bravi, ma hanno mille altri interessi che spesso li distraggono e va a finire che l’Associazione non è proprio al centro delle loro attenzioni. Ci vorrebbe davvero il ritorno a un periodo di servizio obbligatorio, che riaccenda il piacere di praticare quei valori che purtroppo stanno perdendo intensità. Se poi non succederà, pazienza; l’importante è non lasciare nulla di intentato. Vedo bene anche l’apertura agli Amici che, mal che vada, potranno diventare i prosecutori della nostra storia. Non posso accettare l’idea che all’ipotetica scomparsa dell’ultimo alpino tutto finisca. Ben venga chi ha le nostre stesse passioni e crede nei nostri valori. Facciamo in modo che cent’anni siano solo l’inizio.

    GIOVANNI BADANO (IMPERIA) –  Per capire i motivi per cui un’Associazione d’Arma è diventata con gli anni, forse, la più grande del mondo bisogna risalire allo stato d’animo dei reduci della Grande Guerra che non riescono a riadattarsi all’ambiente corrotto di approfittatori che li circonda, alla situazione politica. C’è il rimpianto per l’amicizia e lo spirito di solidarietà che si formano nell’ambiente austero e a volte ostile della montagna, il rispetto per la Patria, per i Caduti e per quel senso del dovere portato anche alle estreme conseguenze. C’è la necessità per i sopravvissuti di ritrovarsi per non lasciarsi più, fino ad ufficializzare quegli incontri. Cosa che avviene nel 1919 a Milano dove un gruppo di alpini decide di unirsi in un’Associazione. Un anno più tardi alla prima Adunata che si tiene sull’Ortigara, don Giulio Bevilacqua, con un epico discorso, getta le basi di quello che è diventato il motto e la ragione di essere degli alpini in congedo: “Per non dimenticare”. Per moltissimi anni, fino al secondo confitto mondiale, le Adunate e gli incontri saranno all’insegna di queste parole. Il secondo dopoguerra è caratterizzato dal ricordo della Russia e dalle sue conseguenze. I raduni e le Adunate hanno, per chi il servizio di leva lo ha assolto in tempo di pace, un aspetto più goliardico ma sempre forte di quel vincolo di fraternità che solo la naja alpina riesce a creare. Tutto cambia dopo il terremoto in Friuli del 1976. L’Associazione, sulla base delle esperienze tratte dagli interventi nelle zone terremotate e venendo incontro alle aspirazioni dei propri soci, forma squadre addestrate ed equipaggiate pronte ad operare in caso di calamità naturali e catastrofi. Nasce la Protezione Civile, ottimo surrogato della leva ma che non la sostituisce, così come il terzo settore perché, pur reclutando volontari tra le giovani generazioni, non è in grado di formare alpini. Con la sospensione della leva e l’affermazione della ferma volontaria si è snaturato completamente il reclutamento valligiano concepito da Perrucchetti. Da lì lo spostamento del bacino di arruolamento in regioni non tradizionalmente alpine che ha provocato l’impoverimento irreversibile della nostra base associativa. Solo dare la preferenza alle zone indicate all’atto di costituzione del Corpo, può produrre un’inversione di tendenza.

    GIAN BATTISTA TURRINI (BRESCIA) – L’Ana ha raggiunto i 100 anni, tappa importante per un’Associazione d’Arma. Forse nemmeno i fondatori avrebbero sperato di arrivare così lontano, con dei numeri così elevati e uno stato di salute invidiabile. Il segreto di questo successo è conseguente al fatto di essersi saputa evolvere nel corso degli anni, incrementando il puro “status” di Associazione d’Arma (testimone della memoria), con alcuni valori importanti come quello della solidarietà, sfruttando i numeri, l’intraprendenza e le capacità operative per realizzare progetti al limite dell’incredibile (per gli alpini non esiste l’impossibile). Ritengo che lo stato di salute attuale della nostra Associazione sia ancora buono, per quanto ci riguarda, ottimo. Lo hanno dimostrato i nostri associati che in questi ultimi anni si sono impegnati in tutti i nostri progetti, rispondendo con notevole disponibilità alle sollecitazioni della Sezione e dei vertici nazionali. Tuttavia, se nulla cambierà, avremo pochi anni per poter interpretare la vita associativa “alla grande” come la intendiamo noi bresciani. D’altra parte sono convinto che la vita dei nostri Gruppi sarà tanto più lunga quanto più sapranno renderla attiva. È evidente che l’età avanza per tutti e, senza ricambi, il destino è segnato. Comunque, se dovremo morire, non dovremo certo farlo trascinandoci in agonia. Dovremo morire trafelati, stremati, dissanguati combattendo le nostre ultime battaglie di solidarietà per lasciare un segno indelebile della nostra esistenza. I vertici nazionali dovranno fare qualcosa di concreto per dare un seguito a questo Centenario. La nostra Associazione merita di avere ancora lunga vita e l’importanza dei nostri Gruppi all’interno delle nostre comunità è riconosciuta da tutte le istituzioni locali. L’aspirazione di reintrodurre una qualsiasi forma di servizio obbligatorio alla Nazione è oggi condivisa da molti amministratori e anche da gran parte della gente. Trasmettere ai giovani valori come senso del dovere, rispetto, disciplina, amore di Patria, è sempre più una necessità così come far capire l’importanza di dare un po’ del proprio tempo alla comunità. Non sarà facile (ma per gli alpini non esiste l’impossibile?): questa dovrà essere la battaglia per il futuro. È noto, infine, che noi bresciani non crediamo a soluzioni palliative: Aggregati e Amici non saranno il futuro, perché moriranno insieme a noi. Oggi sono solo un valore aggiunto al nostro fianco.

    EURIDIO REPETTO (OMEGNA) –  L’Adunata del Centenario ha coronato un lungo percorso. La vita associativa si è svolta, sin dall’inizio, con grande entusiasmo e partecipazione, orgogliosi di appartenere alla più vasta Associazione d’Arma al mondo. Oggi, purtroppo, la nefasta abolizione del servizio militare ed una burocrazia asfissiante (non solo per la nostra Associazione), fa presagire una lenta, inesorabile, chiusura delle Sezioni. Le ultime generazioni, che hanno prestato servizio militare, non hanno di certo lo stesso spirito di sacrificio dei Padri fondatori. E quanti “dormienti”! Quando noi alpini saremo tutti “andati avanti”, chi ha tolto la leva e chi boicotta il servizio militare, si renderà conto di quale funzione educativa avesse la leva, iniziando dal rispetto delle Istituzioni. Il servizio di leva come l’abbiamo vissuto noi non ha più senso, ma doveva essere sostituito con servizi socialmente utili, insegnando a rispettare regole, orari e doveri. Le prospettive devono coinvolgere i giovani a collaborare con la nostra Protezione Civile con adeguati incentivi, partecipando alla vita dei Gruppi con incarichi e diritto di voto, trovando la soluzione per sfilare alle Adunate. Ammetto, però, che è un percorso difficile.

    ANGELO DAL BORGO (BELLUNO) – Non si raggiunge il secolo di attività se alla base non ci sono fondamenta sicure. È vero, dal 1919 molte cose sono cambiate. Una guerra devastante ha aggiunto reduci ai reduci. Poi siamo arrivati noi, nati in tempo di pace grazie a chi ci ha preceduto. Molte cose sono cambiate, ma lo spirito dei Padri fondatori è rimasto lo stesso. La nostra Associazione continua ad essere uno scrigno inesauribile di memorie, valori, impegno verso la comunità, attraverso lo strumento dello spirito di servizio, della solidarietà e dell’impegno civile. Agendo sempre in questo modo, il Labaro, i vessilli e i gagliardetti hanno conquistato anche un’altra medaglia che non compare su di essi: una medaglia fatta di stima, gratitudine e riconoscenza delle popolazioni al cui interno gli alpini dell’Ana operano ogni giorno, molto spesso nel silenzio, arrivando prima di essere richiesti con la gratuità del gesto. Non si raggiunge il traguardo di un secolo se non ci si è assicurati la fiducia della gente: alle fondamenta originarie abbiamo sovrapposto l’assoluta credibilità acquistata con le opere, l’esempio, il rispetto umano e la volontà di essere davvero utili. La storia dell’Ana, il sacrificio dei Caduti e l’azione di chi è “andato avanti”, ci consentono oggi di portare con orgoglio cappello e penna a testimonianza della nostra identità. Ma nulla si conquista per sempre e anche le più consolidate certezze dobbiamo meritarcele, rinsaldarle e diffonderle. Perciò sta a noi onorare l’opera dei nostri predecessori anche trasmettendo tutto ciò, con convinzione e passione, alle generazioni future.

    ROBERTO LUPI (PIACENZA) – Quando penso che la nostra Associazione compie 100 anni sono “investito” da sentimenti diversi: da una parte l’orgoglio di appartenere a questa gloriosa e, oserei dire, “magica” Associazione; dall’altra il timore di non riuscire a tramandare alle future generazioni il testimone che abbiamo raccolto dai nostri veci e dai Padri fondatori. Poi mi guardo intorno e vedo i nostri alpini impegnati nelle attività dei Gruppi, i volontari della Protezione Civile, coloro che collaborano assiduamente con la Sezione, animati da quello spirito che ci contraddistingue e per certi versi inspiegabile, forgiato durante la naja. E allora i dubbi svaniscono e il pensiero che ci sarà comunque un futuro per l’Ana diventa certezza. Gli eventi organizzati nell’ambito dell’Associazione, a volte forse fin troppo numerosi, testimoniano la vitalità e la vivacità dell’Ana; i rapporti di rispetto reciproco con le istituzioni dimostrano quanto i valori di appartenenza alla Patria non tramontino mai. La fiducia della popolazione che ci siamo guadagnati dando sempre un esempio positivo con il nostro lavoro, mi portano a pensare che l’Italia non può fare a meno della nostra Associazione. Certo, l’infausta decisione di sospendere il servizio di leva non ci sta aiutando e, ahimé, dobbiamo prendere atto che senza la naja che alimenta le nostre fila, sarà dura sostenere nel tempo tutto quanto di buono si sta facendo. Gli aggregati svolgono un ruolo importante nei Gruppi e nelle Sezioni, condividono i nostri valori ma… non hanno fatto la naja e la nostra è un’Associazione d’Arma. Io comunque penso positivo, in molti si stanno accorgendo che sospendere il servizio di leva è stato un errore, i vertici militari, a partire dal Capo di Stato Maggiore della Difesa, stanno dicendo che nell’esercito manca il ricambio generazionale e in alcuni Paesi esteri si sta ridiscutendo se ripristinare il servizio di leva obbligatorio. Il ruolo dell’Associazione deve essere quello di portare avanti la battaglia per sensibilizzare i cittadini e le istituzioni sulla necessità di aprire il dibattito sulla leva obbligatoria, a piccoli passi come ci è consono fare sulle nostre montagne, ma senza mollare mai, senza paura dei pregiudizi di chi non condivide le nostre idee. Questa deve essere la madre di tutte le nostre battaglie, il resto verrà da sé.

    MAURIZIO PINAMONTI (TRENTO) – È certamente un’eredità pesante quella che ci hanno lasciato i nostri Padri fondatori. Ce ne accorgiamo tutti i giorni, quando ci confrontiamo con istituzioni sempre meno autorevoli, ma sempre più spesso burocraticamente autoritarie; lo apprezziamo dal contatto con la gente che invece non smette mai di amarci e rispettarci per questo importante simbolo d’onestà che portiamo sul cuore, prima ancora che sulla testa e che si chiama cappello alpino. Questo copricapo dall’aspetto tutto sommato bizzarro, che è unico per ciascuno di noi (perché il mio cappello è solo mio, e così non ce ne sono altri…), è ancora la solida chiave che apre tutte le porte, anche in questi tempi economicamente così difficili e di così grande disagio sociale. Dobbiamo dunque continuare a fare bene quel che sappiamo fare meglio, se non vogliamo ripiegarci sull’autoreferenzialità che a volte stordisce anche le migliori intenzioni. Questo Centenario non resti dunque solamente un “solco tracciato tra un prima e un dopo”, ma un saldo argine tra una storia importante che racconta di tenacia, amicizia e coesione umana, che è al tempo stesso tempo Patria, al tempo stesso famiglia, al tempo stesso dovere. Dall’altra parte, invece, dovrà consolidarsi in un racconto che è ancora tutto da costruire, che però già trattiene e rinsalda le sue radici sulla roccia della condivisione di valori e sentimenti che rendono l’Ana così unica fra tutte le associazioni consorelle, e così inimitabile nel tempo. Ma il nostro cappello è anche un po’ come la livella di Totò… sotto quel copricapo – se ben ci pensiamo – siamo tutti uguali, nessuno escluso: non c’è generale, non c’è dottore, nè presidente, superiore o inferiore, c’è solo l’alpino. Da Trento a Lampedusa, da Bucarest a Buenos Aires, ci sentiamo tutti appartenenti allo stesso genere, di più alla stessa famiglia, perché – come diceva il poeta Agno Berlese – “ogni Alpin de i Alpini fa parente”… Ecco dunque: se riusciremo a mantenere vivo questo forte sentimento di appartenenza, questa forza di coesione, che è appunto unica nel suo genere, i nostri figli, e poi i figli dei nostri figli, potranno per noi certamente salutare e celebrare traguardi anagrafici sempre più importanti. E noi saremo lì con loro, perché lo Spirito alpino non muore mai, va semplicemente avanti.

    MARCO ARDIA (FIRENZE) – Esistono molte Associazioni d’arma. Fanno parte della nostra storia e chi vi ha appartenuto ha svolto un importante ruolo nella società, sia in guerra sia in pace. Ma l’Ana ha superato ogni concetto storico di associazionismo. Chi appartiene all’Ana ha dato qualcosa in più, a se stesso, alla comunità, al Paese. L’Ana ha sfidato il tempo e i cambiamenti sociali. Il secolo di vita ci vede ancora in grande attività nel pieno rispetto dei principi statutari. La dedizione di ogni socio è costante, è uno stile di vita che si percepisce anche quando non indossa il cappello. L’alpino si riconosce nel comportamento di tutti i giorni. Per l’Adunata del Centenario ho dedicato uno striscione al “nostro primo secolo di ricordo e solidarietà”, e vorrei tanto che si potesse festeggiare anche un “secondo secolo”. Ciò che con tenacia trasmettiamo alle nuove generazioni è un valore inestimabile e non deve andare disperso. La sospensione del servizio di leva forse ha fatto risparmiare soldi, ma ha distrutto un patrimonio enorme. Ha interrotto un importantissimo anello della catena della società. Sta a noi riallacciare questo filo storico e culturale, con ogni mezzo. Con chiunque condivida i nostri valori. L’Italia ha bisogno degli alpini.

    PIETRO D’ALFONSO (ABRUZZI) – Sono convinto che l’Associazione debba continuare il suo cammino per non disperdere tutto il suo capitale umano. Dopo cento anni, anche se il nostro Statuto non è cambiato molto, gli obiettivi sono stati adeguati alle nuove esigenze. È nata la Protezione Civile e l’Associazione ha fatto il salto di qualità, è ritenuta, a livello internazionale, un punto di riferimento, grazie alla fiducia conquistata sul campo. La fine della leva obbligatoria ci ha fatto reagire, riconoscendo un ruolo agli Amici degli Alpini e facendoli partecipare ad una parte della vita associativa, con il berretto norvegese. Aver conquistato la fiducia di tanti Amici è sicuramente il risultato del nostro grande impegno e della loro volontà di aiutare chi è in difficoltà. Per non disperdere il patrimonio umano così faticosamente conquistato, chiedo al nostro Presidente e al Consiglio Nazionale di programmare il futuro al meglio, col ritorno alla leva obbligatoria, e perché no, programmando l’entrata degli Amici prima nella gestione dei Gruppi, poi nelle Sezioni e, come ultimo atto, anche nel Consiglio Nazionale. Tanti auguri al futuro dell’Ana.

    GIUSEPPE AVILA (SICILIA) – Cento anni fa un gruppo di alpini reduci della Grande Guerra si riunì con il proposito di stare insieme, come lo erano stati nelle trincee tra i disagi e le privazioni e soprattutto per non dimenticare i commilitoni caduti per difendere i confini della Patria. Con orgoglio possiamo affermare che l’Ana tra le Associazioni d’Arma italiane e di tutte le altre Nazioni è stata, è, e speriamo sarà la più importante realtà aggregativa. In tempo di pace l’Ana con la propria efficientissima Protezione Civile è stata sempre presente in quasi tutti i luoghi dove le calamità naturali hanno colpito le popolazioni civili. Nessun Corpo dell’Esercito Italiano ha avuto una storia così gloriosa, e ha alimentato e perpetuato tali sentimenti ed emozioni. Le Adunate nazionali (vedi anche l’ultima a Milano) affratellano gli alpini di tutta Italia e d’oltralpe. Ma soprattutto ritengo che nessun Corpo militare possa essere ricordato al pari degli alpini per l’umanità che ha sempre guidato ogni soldato anche nelle pagine più tragiche del suo impegno militare. Purtroppo oggi nelle Adunate gli alpini che sfilano hanno una certa età, scarseggiano i bocia, colpa della legge del 2004 approvata a larghissima maggioranza in Parlamento che “sospendeva” (non aboliva!) la coscrizione obbligatoria. Scompare la naja e l’esercito è composto da professionisti come in quasi tutti i paesi europei, anche perché lo sviluppo tecnologico degli armamenti e dei sistemi di comunicazione richiedono una competenza professionale. Le prospettive di sopravvivenza di tutte le Associazioni d’Arma non sono rosee per la mancanza di ricambio generazionale. Che fare? Confidiamo nei politici che possano inventarsi qualche cosa per riportare in caserma spontaneamente od obbligatoriamente i nostri giovani. Alcuni gruppi politici nazionali hanno promesso il loro interessamento a questa proposta, ma ho timore che la vecchia e cara naja non possa essere più ripristinata. Nonostante tutto siamo ottimisti: se la promessa fosse mantenuta il nostro futuro associativo sarebbe più roseo.