Notte ai piedi del Grappa

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    Questa mattina mi alzo e guardo verso l’alto. Sono ai piedi del Massiccio del Grappa. Qualche nuvola lo rende più terrestre, più umano, più vicino a noi. Chiudo gli occhi e mi inoltro tra i suoi sentieri, tra la sua vegetazione. Passo dopo passo incontro gli eroi. Sono lì che coi loro dialetti, le loro paure, stanno assieme, uniti. Non sono professionisti, non sono nobili ufficiali come gli austriaci. Sono padovani, piemontesi, pugliesi, sardi, siculi, ecc. Qualche studente, i più scolarizzati e gli altri analfabeti.

    Un’Italia che nessuno conosceva. Incoscienti, impauriti si preparano a posizionarsi nella loro trincea. Il Genio militare lavora per dare al Grappa, maestoso massiccio tutto di un pezzo, una strada, un’identità, una leggenda. Le bombe del valoroso impero austroungarico non scalfiscono il massiccio. Il Monte Grappa è il primo a non mollare. I nostri alpini, fanti, i nostri soldati, dopo poco tempo, diventano una cosa sola con il loro massiccio. Il grande Monte Grappa li difende, li sprona non li lascia mai soli. Il primo a mostrare la sua inarrestabile forza, il suo coraggio, e l’energia infinita che trasmette ai nostri. Più con la mente salgo ai piedi del sacrario e più mi inoltro nelle trincee. Nelle trincee incontro il ten. gen. Giardino, che tutto di un pezzo mi ordina il mio posto di combattimento ed io senza battere ciglio mi prendo la mia baionetta e raggiungo la trincea da lui assegnata. Era da poco passata la mezzanotte, il 16 giugno 1918.

    L’incombente arrivo dell’estate spingeva sempre di più il temuto esercito austroungarico a sfondare le difese italiane sul Massiccio del Grappa, il nostro comandante, per penetrare nelle valli del Brenta e del Piave e quindi aggirare lo schieramento italiano che correva lungo quest’ultimo fiume. Volevano aggirare la Cima Grappa posta al centro del massiccio per spezzare le estremità orientali e occidentali dello stesso più vicini ai due fiumi. La temuta IX armata del generale Viktor von Scheuchenstuel, rinforzata da artiglieria, era pronta a scagliare l’attacco. Ero da poco arrivato che già da ore, da circa le tre del mattino del 15 giugno, l’artiglieria austroungarica aveva cominciato a prenderci di mira. Le bombe penetravano nella pancia del massiccio che non batteva ciglio, che anzi difronte alle perdite e alla paura ci guardava con fermezza e ci faceva sentire degli immortali. La reazione della nostra artiglieria non diede grandi risultati.

    Il nostro fronte orientale fu duramente messo alla prova. Le cime che costituivano i capisaldi lungo la riva del Brenta, caddero una dopo l’altra, comprese le fortificazioni che sorgevano sul Col Moschin e le cime subito vicine. Gli austriaci avevano guadagnato l’accesso alla pianura veneta. Mi sentii battere sulla spalla. Era Francesco di Roma. Tocca a noi ragazzo. Capii subito di essere chiamato a partecipare ad un’impresa che avrebbe cambiato non solo la mia vita, ma la storia dell’intera Europa. Francesco era un ardito del IX reparto d’assalto. La controffensiva italiana riuscì a recuperare posizioni. Mancava solo il figlio prediletto del massiccio: il Col Moschin. Col pugnale in bocca ed il cuore in gola al fianco della mitologia, degli eroi. Li guardavo in faccia erano con il sorriso, belli, guerrieri. Per loro la morte era semplicemente la consacrazione della loro vita: i campi elisi, il posto dei migliori. La mia paura in un batter ciglia si fermò, il cuore smise di battere. Non ero più solo carne ma soprattutto anima e spirito. Il mio grande capo, il massiccio, mi aveva dato la forza per essere immortale, invincibile.

    Appena arrivato e già all’Alba ero con il IX. Per un attimo, con gli eroi, gli invincibili quel 16 giugno c’ero anche io. In soli 10 minuti catturammo 300 soldati, 17 ufficiali e 25 mitragliatrici. Eravamo noi gli arditi del IX da oggi del IX Col Moschin. Oggi una colonna Romana segna il Col Moschin. Il Massiccio scelse il suo figlio migliore. Quando vicino a me vidi giacere Eugenio di Trieste Marco di Sassari, Luca di Mantova, i miei migliori amici di sempre per quelle poche ore, provavo un po’ di invidia nel vederli sorridere soddisfatti tra i grandi di sempre nei campi elisi, immortali, invincibili. Quell’onore che io non ebbi la fortuna di avere perché ancora in vita, forse perché non troppo valoroso in battaglia. Ti chiedo scusa Massiccio se non sono stato all’altezza dei tuoi ordini, ma quando tu mi chiamerai per difendere la Patria io sarò sempre lì al tuo fianco. W gli arditi, W l’Italia, W il Monte Grappa.

    Vittorio Pesato