Nikolajewka, per non dimenticare

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    Una grande commemorazione, con migliaia di alpini stretti attorno ai reduci di Russia.

     

    Il Labaro scortato dal presidente Parazzini, dal ten. gen. Iob e dal consiglio
    nazionale. Precede le autorità alla testa del corteo. (foto Comandulli)

    di Giangaspare Basile

    Vengono chiamate ricorrenze . Sono le coincidenze temporali di avvenimenti passati, scandite dal calendario. Così, nell’arco dei decenni, si conserva la memoria di ciò che fu e di come eravamo. Talvolta la ripetitività finisce per cancellare i significati e la ricorrenza diventa incombenza, poi noiosa routine. A meno che A meno che non ci siano valori sempre vivi, costanti che sorreggono questa memoria; a meno che non sia determinante rievocare episodi che nel mutare del tempo continuano ad essere punti di riferimento, perché senza la loro memoria e il rispetto degli uomini che ne furono protagonisti cadrebbe il fondamento stesso della società.
    Gli alpini non corrono questi rischi. Le date segnate sul loro calendario sono impresse nell’anima e non hanno bisogno di particolari richiami: convergono spontaneamente nei luoghi sacri alla loro memoria.
    È avvenuto a Brescia, nella ricorrenza della battaglia di Nikolajewka che segnò il momento più drammatico di quell’immensa tragedia che fu la campagna di Russia. Sessant’anni dopo, migliaia di alpini, con cinquanta vessilli e cinquecento gagliardetti hanno fatto corona al Labaro che testimonia con le sue 207 medaglie d’Oro il sacrificio di tutti gli alpini e ai Gonfaloni dei Comuni, alcuni decorati di medaglia d’Oro, dai quali dal 1940 al 1942 partirono migliaia di giovani, molti purtroppo senza più farvi ritorno. E per raccogliersi attorno a quei gloriosi reduci che sono la testimonianza vivente dello spirito di sacrificio e del dovere.
    I reduci, molti trasportati sui gipponi militari, altri a piedi, hanno sfilato preceduti da reparti militari. Ed era impossibile non ricorrere con il pensiero a quanti, proprio in quei giorni, stavano partendo per un’altra terra lontana, l’Afghanistan, per una missione difficile e pericolosa. In un teatro di guerra nel quale non avremmo voluto vedere impiegati mai i nostri soldati, in un clima internazionale inquietante e drammatico segnato dal nuovo conflitto mondiale del terzo millennio: il terrorismo internazionale. E mai, come proprio durante questa celebrazione di avvenimenti di sessant’anni fa, è risultato così stridente il contrasto fra la realtà e il comune desiderio di pace, fra la necessità inderogabile di difendere la nostra sicurezza e quella di crearne i presupposti ricorrendo, purtroppo, anche alla forza.
    Per ricordare la campagna di Russia la sezione di Brescia, guidata dal presidente Sandro Rossi, aveva preparato un programma che prevedeva manifestazioni sin dalla settimana precedente avviate, non certo a caso, proprio dalle scuole, per coinvolgere studenti e insegnanti. E’ stata aperta, a Palazzo Bonoris, una mostra sulla campagna di Russia, ci sono state conferenze e nella sede della sezione, a dimostrare la continuità spirituale fra i reduci e gli alpini di pace la presentazione di due libri: il Diario di Ferruccio Panazza, edito dall’Ateneo di Brescia, testimonanza dell’ufficiale della 33ª batteria del gruppo Bergamo della Divisione Tridentina, e Tutti i vivi all’assalto, di Alfio Caruso, un’opera che ripercorre capillarmente il cammino dei nostri alpini dalla partenza dall’Italia al loro ritorno: uno dei più completi libri forse il più completo sulla campagna di Russia, scritto in modo coinvolgente con il linguaggio di quel raffinato giornalista e severo storico che è Alfio Caruso, già autore di Italiani, dovete morire, sulle vicende dell’eroica Divisione Acqui a Cefalonia e l’eccidio perpetrato dalle truppe tedesche nel 1943. Alla presentazione dei due volumi il primo da parte dello stesso presidente sezionale Sandro Rossi con una appassionata e chiara esposizione, il secondo da Giangaspare Basile, de L’Alpino erano presenti i due autori, molto applauditi dal pubblico che gremiva la sala.
    Sabato 25 gennaio l’inizio delle cerimonie ufficiali; con l’alzabandiera al Castello di Brescia, presente un picchetto di alpini e una delegazione di ex combattenti russi accompagnati da due colonnelli dell’ambasciata russa di Roma. Quindi le visite di rito con deposizione di corone a Cavriago, alla tomba del generale Luigi Reverberi,
    Medaglia d’Oro, comandante della Tridentina in Russia, al cimitero Vantiniano, ai monumenti ai Caduti nei giardini di varie scuole.
    Alle 15, solenne arrivo delle Bandiere di Guerra del 5º e 8º reggimento Alpini e del 1º e 2º reggimento artiglieria da montagna, scortate da due compagnie di alpini e precedute dalla fanfara della brigata alpina Taurinense. Ad accogliere le Bandiere, in piazza della Loggia, il Labaro scortato dal presidente Beppe Parazzini e dai consiglieri nazionali, e migliaia di alpini. Quindi il saluto ufficiale del sindaco Paolo Corsini, nel Salone Vanvitelliano del palazzo municipale. Il sindaco ha ricordato due grandi assenti: l’avvocato Peppino Prisco e Sam Quilleri, ed espresso eterna riconoscenza ai Caduti e ai reduci. Non potremo mai dimenticare Nikolajewka ha continuato il sindaco perché quella battaglia riassume e sublima tutte le tragedie dell’anima alpina . E ancora: Il giorno dedicato al ricordo costituisce perentoria riproposizione di idealità e di valori a quanti, delle nuove generazioni, intendono essere consapevoli: l’irrinunciabile scelta fra coraggio e codardia, fra la difesa della propria dignità di uomo prima ancora che di soldato e l’abbandono degli ideali, fra onore e viltà . Ed ha concluso: Ogni volta che gli alpini si trovano
    nella nostra città, continuano a testimoniare quella scelta coraggiosa che si svelò nell’immensità ghiacciata della pianura russa . Scelta di valori, dunque, forti e durevoli, che contraddistinguono ancor oggi la tradizione alpina .
    Ha preso quindi la parola il tenente generale Bruno Iob, comandante delle Truppe alpine nel momento più delicato e difficile dal secondo dopoguerra. Ha detto che le parole del sindaco lo hanno inorgoglito e caricato di una responsabilità che sento molto forte: quella di mantenere viva una tradizione che è fatta di sentimenti, princìpi, valori costruiti attraverso eventi come quelli che commemoriamo. Valori che ha continuato Iob sono patrimonio, degli alpini in armi e in congedo. Noi non dimenticheremo mai Nikolajewka, così come non dimenticheremo l’Ortigara, l’Adamello, il Pasubio , pagine di storia scritte col sangue . Vi assicuro ha concluso il generale che farò di tutto affinché tutto quello che è stato costruito non venga dissipato .
    Parazzini ha esordito affermando che non viene commemorata solo una battaglia, ma un’intera tragedia. Grazie a voi, reduci, prima di tutto. Giustamente il sindaco e il generale Iob hanno detto che questi eventi non verranno mai dimenticati, anche perché c’è l’ANA che non permetterà mai che vengano dimenticati. Grazie ancora, cari reduci, per quello che ci avete insegnato: non la guerra, ma ad essere solidali . Ed ha lanciato la campagna Uno più uno: un euro per ricordare, un euro per aiutare , la raccolta per contribuire al restauro del rifugio alla Lobbia Alta dedicato ai Caduti dell’Adamello, oggi gravemente pericolante, e per aiutare la ricostruzione del Molise devastato dal terremoto.
    Nel tardo pomeriggio la celebrazione della S. Messa in Duomo, officiata dall’ex ordinario militare monsignor Gaetano Bonicelli con i cappellani alpini. A sera, al Teatro Tende si è svolta una Serata della memoria , con lettura di brani sulla campagna di Russia intercalati dai canti del coro della sezione di Brescia Alte cime . Erano presenti il presidente Parazzini, il generale Iob, il presidente della Provincia Cavalli, il sindaco, i reduci. Sono loro le autorità principali, questa sera , rivolgendosi proprio ai reduci ha detto Sandro Rossi . Il concerto della fanfara della Taurinense ha concluso la splendida serata.
    Domenica mattina, la sfilata, conclusa in piazza Paolo VI, davanti a
    l Duomo. Un mare di alpini è passato davanti alle tribune, con qualcosa in più. Non era la sfilata di sempre, non poteva essere. Precedute dalla fanfara della Taurinense sono passate le quattro Bandiere di Guerra, scortate da due compagnie. L’applauso che le ha accompagnate ha dimostrato con quanto calore Brescia si identifica nelle penne nere. Con quanto orgoglio sfilavano quei giovani alpini, compatti, in un unico blocco; quanta tenerezza suscitava la severità, stemperata dai tratti gentili del volto, delle ragazze alpine che hanno strappato gli applausi più calorosi: perfino il loro zaino sembrava leggero, come il fucile automatico che stringevano con naturalezza. Poi sono passati i gonfaloni delle città decorate di Medaglia d’Oro al Valor Militare e le rappresentanze di reparti che erano con gli alpini in Russia: una formazione del 3º reggimento bersaglieri, degli artiglieri a cavallo, dell’82º reggimento fanteria, e dei Lancieri di Novara. E quindi, preceduti dai reduci, migliaia e migliaia di alpini, un anticipo di quella che sarà la sfilata dell’Adunata nazionale.
    Sono confluiti tutti in piazza Paolo VI, dove il presidente Parazzini ha salutato gli alpini in armi e in congedo e ha dato lettura del telegramma inviato dal capo dello Stato in occasione del 60º. Subito dopo il sindaco Corsini ha tenuto la commemorazione ufficiale. Egli è partito da quel 26 gennaio del 1943, quando i russi bloccavano il passaggio a Nikolajewka e, come scrisse Bedeschi contro di loro si mosse una massa inerme, calando come una frana, gonfiandosi a valle: era quella una marea di uomini laceri, stremati, moltissimi malati, feriti, gente con gli arti in cancrena per congelamento; molti prossimi a morire .
    Negli alpini qualcosa scattò ha continuato il sindaco un empito, un estremo sussulto di coraggio, guidati dal generale Reverberi: Tridentina avanti! . E gli alpini avanzarono, reagendo quando altri si erano già rassegnati, ridonando forza e coraggio ai commilitoni di altri reparti. Nella tarda serata del 26 gennaio 1943 i battaglioni Valchiese e Vestone, e poi ancora, l’Edolo ed il Gruppo artiglieria da montagna Valle Camonica, nomi che appartengono alla geografia ed alla storia del territorio bresciano, scendevano ancora verso la ferrovia, buttandosi a corpo morto sul nemico, in un assalto disperato. Il nemico arretrò, vinto, sorpreso da tanto coraggio, atterrito da tanta furia dettata dalla disperazione . Corsini ha ricordato come l’Associazione Nazionale Alpini si sia assunta il compito di alimentare la memoria di tanto sacrificio e come onori i Caduti aiutando i vivi, accorrendo dovunque ci sia bisogno, perché l’appartenenza al Corpo ed all’ANA si fonda sulla consapevolezza e sulla fierezza del dovere compiuto e da compiere .
    Non potremo, dunque, mai dimenticare Nikolajewka ha concluso Corsini perché quella battaglia riassume e sublima tutte le tragedie dell’anima alpina, entrata imperiosamente com’è nella storia degli alpini, nella intera storia d’Italia.
    Onore, dunque, agli alpini e all’Italia. Onore imperituro ai Caduti, agli scomparsi, ai reduci .

     

    Quei reduci, giunti per il Sessantesimo a Brescia, per assistere come bambini stupìti alle cerimonie in loro onore e dei compagni che non tornarono, avevano aperto la sfilata fra la generale commozione. Prima quelli che avevano preferito passare a piedi davanti al Labaro, chi ancora con passo fermo, altri accompagnati. Il generale accanto all’alpino, lo scrittore Rigoni Stern in mezzo ai suoi vecchi compagni. Altri sui gipponi, i più anziani, i più stanchi. In piedi, sorreggendosi ai sostegni dell’auto scoperta, passavano salutando con la mano al cappello.
    Sguardi che strappavano il cuore, occhi che dicevano tutto in un attimo: la rivisitazione di un’angoscia, la visione d’esperienze mai raccontate, di dolore e morte. In quel passaggio così fugace davanti alla tribuna di chi manifestava loro rispetto, riconoscenza e amore, quei visi, quelle figure esprimevano più d’ogni discorso, più d’ogni racconto, meglio di qualsiasi altra cosa ciò che furono Nikolajewka e la campagna di Russia.
    Ciascun reduce lo dimostrava in modo diverso: con la forza d’una gioventù ritrovata per pochi attimi, con il riserbo dell’umile che fu grande, con la commozione di chi si stupisce di tanto calore. Con gli occhi rossi di pianto, le lacrime che solcavano guance scavate dagli anni e dalla vita, martoriandosi le mani per trattenere la commozione. Passavano lentamente e non si sapeva se applaudirli o correre loro incontro ad abbracciarli. L’ufficiale tornato ferito, l’alpino tornato ai suoi campi, il generale quasi cieco che dirà delle bandiere di Guerra appena passate non le ho viste, ma le ho sentite nel cuore .
    Nel cuore, dove nessuna croce manca.

    Piazza Paolo VI, dove si è conclusa la celebrazione. (foto Comandulli)