Nel continuo finire

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    “Ecco, vorrei tanto che nelle sedi dei nostri Gruppi si ritrovasse quell’atmosfera serena e dolcemente felice, anche poeticamente nostalgica e innamorata degli indimenticabili vent’anni alpini. I nostri eterni vent’anni. E cantare, e sorridere, e raccontare la vita “nel continuo finire del tempo”. Cantiamo, fratelli alpini, cantiamo che fa bene”. Così terminava lo scritto mandato dall’amico Bepi in occasione del convegno dell’8 giugno scorso sulla coralità alpina, a cui non ha potuto partecipare, ma a cui non ha voluto mancare, perché la sua vita è tutta tesa alla ricerca di coralità, e alcuni suoi canti sono diventati vere e proprie pietre miliari del mondo corale e non solo. Di tutta la sua produzione musicale, mi soffermerò solo sui nove volumi (Beethoven docet!) di canti di ispirazione popolare, inizialmente usciti con il titolo “Voci della montagna”, che racchiudono i brani per i quali è più conosciuto. I testi dei canti sono quasi sempre suoi, e a volte questi potrebbero benissimo essere estrapolati dal contesto musicale per continuare a vivere di vita propria rimanendo comunque estremamente interessanti. Le tematiche affrontate sono le più diverse: leggende o fatti realmente accaduti nella sua zona, veri e propri scioglilingua, testi assai ermetici, quadretti natalizi, canti che colgono gli aspetti più intimi e insieme leggendari della natura e della montagna, numerose ninne nanne, sagaci denunce sociali e ambientali, omaggi in lingua. Le cante sulla guerra e sulle sue tragedie occupano una parte importante delle composizioni di Bepi, e diverse, tra queste, sono quelle più eseguite dai cori alpini di oggi. Si va dal baldanzoso e nello stesso tempo straziante “Ma gli alpini non hanno paura” di Monte Pasubio, “all’intima preghiera prima di morir” de Il Golico, alla grottesca drammaticità de “La bomba imbriaga”, con le parole di Carlo Geminiani, questa storia un poco strana che quando intona “se snànara un merlo” vuol dire tutta la follia, la stupidità e la crudeltà della guerra. E poi le pernici di Volano le bianche sull’Ortigara, con il testo di quel sergente nella neve che era il suo amico Mario Rigoni Stern, e ancora Le voci di Nikolajewka, dove quel nome riaffiora continuamente, grazie ad un sapiente gioco contrappuntistico, portando con sé tutto il dolore della Campagna di Russia.

    Come dimenticare gli oci mori di Joska, la rossa, con la quarta ascendente che si rifà a “quando spunta la luna a marechiaro” o “le centomila voci stanche di un coro che si perde fino al cielo” de L’ultima notte, in seguito entrambe riportate dall’autore all’unisono nella speranza che il mondo degli alpini ritorni a cantare liberamente, con la spontaneità dei tempi felici. Fino ai lavori più recenti di Se Cadorna, con l’angoscioso appello del soldato “nell’alba nuova avrò vent’anni”, e di Lamento, dove il fiero inizio di Monte Grappa, in maggiore, si trasforma ben presto in minore e convive con quel reiterato “muti passaron quella notte i fanti”, da La leggenda del Piave, che vuole rappresentare il mutismo dei fanti morti che trapassano dalla vita alla morte. Non manca infine Il ritorno del soldato, anche se questo si rivela ben diverso dalle aspettative perché invece dell’alloro “gli avevan messo cento corna in fronte” o ancora perché Beniamino della bella storia non riconosce più “la valle dove gera le contrà”, ma si ritrova solo e spaesato. Voglio terminare con un suo testo dove il dialogo affettuoso tra due amanti lasciava presagire echi di una guerra non lontana, Senti, senti, Maria, uno dei numerosi canti che in pochi conoscono: Senti, senti, Maria, questa zé ‘na storia de malinconia. Dove zé le montagne più bele de la tera i vol far la guera. Senti, senti, Maria … Le sue cante sono ormai patrimonio di tutti, specie quelle sugli alpini.

    Alessio Benedetti