Naja alla Smalp

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    Ero uno dei pochi sottotenenti che sapeva sciare. Provenivo dal 46º corso Auc della Smalp e nel 1968 ero parte del 6º Alpini, btg. Val Brenta, alpini d’arresto, di stanza alla caserma Druso a San Candido. Ai primi di novembre del 1967 ci mandarono al Villaggio Alpino Tridentino di Corvara, in Val Badia, per i corsi di sci e mi selezionarono per le gare di plotone 1968. Allora non si chiamavano “Olimpiadi” perché non c’era la partecipazione straniera, ma solo “Gare militari invernali”. Il comandante del distaccamento di Corvara, capitano Fulvio Quinto – nome che ricordava quello di un centurione romano – era durissimo contro imboscati, fannulloni e bambascioni. Organizzò da subito una selezione naturale tra Auc, Acs e truppa. Vestiti con scarponi e pantaloni da sci ci fece correre da Corvara al Passo di Campolongo e ritorno: l’ordine d’arrivo avrebbe determinato la permanenza della metà dei partecipanti. Un metodo tanto semplice quanto rigoroso.

    Dopo un paio d’ore e una dozzina di chilometri, tra un fiatone e l’altro, mi dissero di presentarmi per un ulteriore test il giorno seguente e mi selezionarono come istruttore di sci. Essendo però il meno bravo di quei mostri sacri di istruttori, mi assegnarono la guida di una delle due pattuglie che avrebbero dovuto partecipare alle gare militari nazionali di plotone con 8 alpini scelti tra il più vasto assortimento di umanità possibile. La gara delle pattuglie era notoriamente molto faticosa e quindi scansata da tutti. La parte meno semplice era la preparazione, divisa in due momenti: fisico e… alpino. Per la preparazione fisica si partiva la mattina alle “8-zero-zero” bardati di tutto punto e si scendeva in sci da Corvara fino a San Leonardo, un paio di chilometri con zaino e armamento. Da lì, messe le pelli di foca si saliva. Avete presente quella magnifica e lunghissima discesa che è la “Gran Risa”, sede anche di una prova della Coppa del Mondo? Ecco, dovevamo farla anche noi, ma in salita!

    Potete immaginare la fatica e il conseguente turpiloquio! Non si finiva mai di andar su; a metà, poi, c’era una sorgente d’acqua che, da dicembre in poi, rendeva un tratto del percorso coperto da uno scintillante e pericolosissimo specchio di ghiaccio. Come ufficiale di coda non vi dico cosa dovevo raccogliere: alpini ruzzolanti, sci, pelli di foca, zaini, armamenti e il tutto da rimettere in piedi, a suon di parolacce e rispedire avanti. Arrivati in cima, in genere guardati con sorpresa dai turisti, proseguivamo sul crinale e poi giù al Villaggio Alpino Tridentino per il pranzo. E qui si apriva un’altra storia, tipicamente alpina. Inizialmente il rancio era come quello di tutte le caserme.

    Poi ci raggiunsero gli alpini paracadutisti per l’addestramento invernale che avevano diritto ad un vitto speciale e le gustose bistecche. Allorché il capitano Quinto alzò la voce e disse: «Le bistecche o le mangiano tutti o nessuno!»… e da allora bistecche per tutti! Qualche giorno dopo ci raggiunse una pattuglia di americani delle Forze Nato di Vicenza in addestramento invernale. Loro invece avevano grandissime quantità di cioccolata; e anche qui: «La cioccolata o per tutti o per nessuno!»… e via di cioccolata! Il capitano Quinto, che odiava tutti quei bambascioni che il venerdì sera correvano dalla mamma a farsi consolare, aveva preso a benvolere noi tre amici: io di Roma, il sottotenente Gerhart Gostner di Bolzano e il sottotenente Giovanni Simonis di Milano perché invece di correre a casa nel weekend andavamo a sciare, spesso con lui, sulle splendide piste di Corvara.

    Di conseguenza ci permetteva delle informalità che, nella sua durezza, ad altri non avrebbe concesso nemmeno lontanamente. Il 6º Alpini allenava tre pattuglie, la prima comandata dal capitano Campana, un simpatico magrolino tutto nervi, la seconda dal sten. Gostner, proveniente dal mio stesso corso Auc e personaggio in gambissima, e infine la mia, la n. 3. Ma la selezione doveva portare alla scelta di sole due pattuglie e mentre quella del cap. Campana era intoccabile perché aveva già vinto l’anno precedente, ce la dovevamo giocare tra me e il mio amico Gerhart. Ma non mi fraintendete: la gloria di un buon risultato in gara ci attraeva, ma la faticata era tale che ben pochi alpini partecipavano con gioia. Iniziammo la simulazione completa a due giorni dalla gara, partendo da San Candido.

    La preparazione alpina, come il tiro, la costruzione delle trune, la sopravvivenza in montagna e la ricerca da valanga si facevano a giorni alterni; al confronto della preparazione fisica era un momento di vero relax. Anche se le trune erano da costruire: quattro mura di blocchi di neve su una base quadrata della larghezza e altezza di uno sci. Sopra si mettono di traverso gli sci e i teli mimetici e si ricopre il tutto con i blocchi di neve. Dentro ci si accovaccia nei sacchi a pelo, con gli zaini a chiudere la porta. Ci si spoglia il meno possibile, a parte gli scarponi che si ritroveranno da calzare ghiacciati la mattina. Cena con un brodino scaldato a mala pena su un fornelletto a gas e cioccolata con il cordiale delle bustine. Una candela accesa è tutto il riscaldamento che si può avere e crea un amabilissimo “effetto stalla”. Si dormicchia, soprattutto per la grande fatica, ma non si dorme per il freddo tremendo. All’alba, gelati, ancora stanchi, affamati ma senza forza per mangiare si riprende la marcia. Alla fine della simulazione la fatica è stata tale che il sudore ha passato tutti i vestiti, facendo scolorire il rosso del pettorale di gara sulla mimetica bianca.

    Il giorno della gara tre alpini della pattuglia del mio amico Gerhart finirono indisposti e furono sostituiti con altrettanti della mia pattuglia che si rese incompleta, impedendomi di partecipare. Ma vista la faticata, non ne siamo rimasti poi troppo dispiaciuti anche se al momento delle premiazioni un po’ di rimpianto c’era. Vinse la pattuglia del capitano Campana, dopo un finale al cardiopalma con la pattuglia del 4º. Noi eravamo dislocati lungo il percorso per fare il tifo ai nostri. All’arrivo non avevo mai visto nessuno così stravolto. Si piazzarono onorevolmente, ma non certo in posizione tale da insidiare i vincitori. Anche se non ebbi l’onore di partecipare a quella gara, fu un periodo tanto faticoso quanto splendido della mia vita. Dopo qualche mese dovetti rientrare alla caserma Druso di San Candido e pensando che il mio comandante si fosse dimenticato del sottoscritto mi presentai con un giorno di ritardo e con l’aria di un santarello sul volto. La prima cosa che trovai fu un bel biglietto di punizione. Era naja.

    Andrea Daretti