Morire per Kabul

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    La notizia che sei paracadutisti della Folgore sono morti in un attentato nella zona verde che garantisce una certa sicurezza alla capitale afgana si è diffusa rapidamente e ha lasciato tutti nello sgomento. Sappiamo da sempre che i nostri ragazzi, impegnati in una guerra senza fine, in un paese che sembra perseguitato dal demone della violenza, rischiano la vita.

     

    Quattordici hanno già lasciato la loro esistenza in attentati proditori, ora sono venti. Altri sono caduti in Iraq e in diverse località dove la pace non è di casa. Purtroppo quel teatro di guerra, dove la comunità internazionale, sia pur con limiti, contraddizioni e gravi responsabilità, cerca di contenere una crescente avversione verso l’Occidente, non lascia intravvedere spiragli di una fine rapida e indolore. Settant’anni fa molti si chiedevano se valesse la pena morire per Danzica.

    Il nazismo non aveva ancora mostrato il suo volto cinico e criminale e si poteva pensare che forse non era il caso di scatenare una guerra dalle conseguenze disastrose per una questione marginale di confini. La storia non si ripete, ma la costante della guerra sì. Cambiano la geografia, le motivazioni, i rancori e si continua a non cercare soluzioni equilibrate e giuste, preferendo ricorrere all’uso della forza. Nell’area medio orientale è in atto una partita pericolosa per la sua atipicità negli obiettivi e nelle modalità. Non siamo preparati a scontrarci con un nemico invisibile e ferocemente determinato.

    La nostra cultura impedisce l’uso della potenza militare di cui si dispone perché comporterebbe stragi ingiustificabili. Proprio su questo l’avversario costruisce la sua forza. E così i nostri soldati devono affrontare una situazione difficile, complessa e perfino paradossale. Non sono lì per usare le armi, ma possono saltare in aria in qualsiasi momento. Come non bastasse, non sanno quando e se il loro impegno potrà finire. E con quali risultati.

    In questo momento di tristezza e di dolore per tante vite annientate senza pietà e famiglie colpite negli affetti più cari non ci sono parole adeguate per esprimere i sentimenti di vicinanza e partecipazione ad una tragedia così disumana. Con tutti i dubbi e gli interrogativi che possono nascere quando sono in gioco vite umane, crediamo di poter ribadire che il più nobile dei compiti di ogni uomo, e a maggior ragione di un soldato, sia opporsi alla violenza, soprattutto quando cresce nella cultura della sopraffazione e del fanatismo. Matteo, Antonio, Davide, Massimiliano, Roberto e Giandomenico sono morti per questo.

    Meritano il cordoglio e la riconoscenza di tutti. Ai soldati in Afghanistan il nostro sostegno incondizionato e alla Folgore, cui non mancò mai il valore, la fortuna sì, condoglianze fraterne.

    Vittorio Brunello

    Pubblicato sul numero di ottobre 2009 de L’Alpino.