Lontani ma vicini

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    Il 2020 ci ha visti investiti da un nemico invisibile che travolge tutto ciò che trova, sradicando le abitudini più consolidate. Gli alpini durante l’emergenza, chiamati su ogni fronte, hanno risposto “presente” e domenica 13 dicembre il fronte era quello di fare memoria, compito statutario non secondo a nessun altro. Disciplina, senso civico, rispetto sono i valori che avvolgono piazza Duomo fin dall’alba, nel silenzio che ci vede rinunciare alla tradizionale sfilata a partire da piazza della Scala.

    Si respira una atmosfera strana, qualcosa di mai provato: c’è tempo solo per qualche saluto a distanza che quasi tra mascherina e occhiali appannati si fatica a riconoscersi. Siamo qui anche quest’anno perché lo abbiamo voluto fortemente, siamo a ranghi ridotti e nel rispetto di tutte le norme. Ancora una volta è stata la disciplina a prevalere e, anche se magari con qualche mugugno all’alpina, ci rendiamo conto che tutti hanno rispettato le disposizioni. Abbiamo dovuto limitare tutto, eppure come sempre gli alpini hanno risposto dimostrando di capire il momento difficile.

    Ora possiamo emozionarci a guardare il Tricolore che sale, possiamo provare un brivido lungo la schiena e credo anche nell’anima. Poi si entra in Duomo distanziati e cauti. Ve lo ricordate quel tripudio di gagliardetti? Quello che avremmo passato ore a rimirare lungo la navata centrale? Quest’anno sono pochi i gagliardetti presenti, anche loro limitati. Entrando in Duomo c’è un silenzio assordante. La cerimonia scorre tra un pensiero rivolto a chi è “andato avanti” e a chi è impegnato nelle emergenze e la Preghiera dell’Alpino è qualcosa di ancora più intimo per tutti, un momento di raccoglimento profondo. Siamo ancora in piazza Duomo, il cuore di Milano ci sta abbracciando, il sole ci sorride e noi possiamo solo guardarci negli occhi.

    È il momento dei discorsi, parlano i rappresentanti delle istituzioni, il vice Presidente nazionale Luciano Zanelli e chiude il Presidente sezionale di Milano Luigi Boffi. Ricorda chi ha voluto questa celebrazione, ricorda la poesia di Peppino Prisco “Natale ‘42”… c’era Gesù sul Don… queste parole riportano il cuore ai reduci, al nostro passato e non si può non emozionarsi.

    Quanto ci manca il nostro stare insieme, quanto soffriamo a soffocare un abbraccio, una stretta di mano, quanto è difficile limitarsi al portare semplicemente la mano al cappello in cenno di saluto di fronte ad un amico che non vedevamo da mesi? Quanto ci mancano i nostri raduni, le nostre sedi, il chiacchierare attorno al fuoco, ma soprattutto quanto è difficile oggi dare l’esempio? Eppure tocca noi, eh già ora tocca noi.

    È dura ma dobbiamo pensare a quando torneranno gli abbracci, le strette di mano, lo stare vicini, l’uno accanto all’altro. Oggi no, oggi si torna a casa e ci teniamo stretto il ricordo di una giornata ricca di emozioni che anche se diverse dal solito ci fanno un gran bene al cuore. Emozioni forti, cercate, volute, consapevoli che questa manciata di ore tra alpini, ci rimarranno dentro per un po’.