Cerimoniose cerimonie

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    C’è una scena in un famoso film di trent’anni fa in cui un professore di un ingessato e prestigioso college statunitense incoraggia gli studenti a salire con i piedi sul banco, per guardare le cose da angolazioni diverse. Mentre incita a compiere il rivoluzionario gesto, sentenzia: “È proprio quando credete di sapere qualcosa che dovete guardarla da un’altra prospettiva, anche se vi sembra sciocco”. Questo mese anche noi cerchiamo di avere un punto d’osservazione diverso sulle nostre cerimonie. Innanzitutto esse scaturiscono dal fatto storico – quasi sempre legato ad eventi tragici come la guerra – e dalla volontà di perpetuare la memoria dei protagonisti e del consistente bagaglio umano, foriero di virtù come il dovere, il coraggio, il sacrificio, la solidarietà, l’amicizia.

    In questa liturgia della memoria i riti sono scanditi da programmi immutati nel tempo: alzabandiera, onore ai Caduti, discorsi, sfilata, ammainabandiera, anche il rancio entra di diritto nella consuetudine della convivialità. Ma il bello di questa ripetitività è anche la forza delle nostre manifestazioni e risiede nella tradizione, che non si chiama così a caso. Si potrebbe dire che i nostri quadri hanno una cornice simile ma sono le pennellate sulla tela che cambiano ogni volta, perché sono diversi i protagonisti. Ecco dunque assumere importanza la parte che ambisce ad essere meno ripetitiva, quella dei discorsi, dove diventano fondamentali il linguaggio e l’ascoltatore. Sentendo alcuni sermoni la barba è cresciuta a tutti (eccetto forse alle donne), altri invece riescono a toccare le corde giuste per far sembrare la musica diversa. Abbiamo chiesto ad un alpino di ciascun Raggruppamento di dirci in poche righe cosa piace delle nostre cerimonie, ma soprattutto cosa non piace. m.m.

    ALBERTO FERRARIS • Capogruppo di Candelo (Biella)
    Vivo l’Ana in forma attiva da circa 20 anni con “uno zaino in spalla” che ha assunto sempre più peso. L’esperienza mi porta a dire che la forma nelle nostre celebrazioni è, oltre che essenziale, molto importante soprattutto perché siamo un’associazione d’Arma. La “libretta” che illustra il nostro cerimoniale è di facilissima fruizione e contiene tutte le nozioni per poter ottemperare al meglio. Il problema è che troppo spesso il cerimoniale viene inspiegabilmente interpretato, portando così ad avere manifestazioni simili tra loro con cerimoniali differenti, accadimento evidente soprattutto agli occhi degli alpini più esperti. Si incorre anche nell’errore di far parlare troppe autorità. Vero è che il nostro cerimoniale non prevede il numero esatto delle persone chiamate a parlare, pone però due regole basilari: il primo intervento è demandato al Gruppo/Sezione che organizza, mentre l’ultimo è affidato alla più alta carica Associativa presente alla cerimonia; nel mezzo spesso si susseguono schiere di politici, amministratori, dirigenti statali che si alternano al microfono con il rischio altissimo di ripetersi in una stucchevole oratoria. Il problema, a mio modesto giudizio, non è dovuto ad impellenti attacchi di “microfonite” dei vari politici e amministratori, ma alla mancanza di conoscenza del nostro cerimoniale da parte degli organizzatori, che non osando negare la parola all’autorità di turno, rischiano di rendere una cerimonia noiosa e troppo retorica.

    CHRISTIAN ABATE • Gruppo di Calcinato (Brescia)
    Non amo molto il binomio cerimonia alpina-Messa. Trovo che sempre di più ci si debba smarcare dalla necessità dell’avallo religioso. Noto che sempre più partecipanti, al momento di entrare in chiesa, svicolano. Nel linguaggio delle cerimonie deploro invece la retorica fine a sé stessa, la banalità. Retorica intesa come “eccesso di artificiosità o vistosa ricerca dell’effetto”. A mio avviso, nella ricerca della commozione altrui si rischia di cadere nel poco credibile. Le persone oggi sono nauseate da quanto gli strumenti di divulgazione di massa, per interessi malcelati, cercano di darci a bere. Per creare un uditorio interessato, occorre passione, intelligenza ed umiltà.

    FEDERICO FUX • Capogruppo di Roma
    Avendo avuto modo di partecipare negli anni a diverse manifestazioni, alpine e non, le ho ripercorse con la mente cercando di focalizzare le emozioni che mi hanno trasmesso, cosa mi hanno lasciato e perché. Degli interventi in verità non ho memoria, se non di qualche aneddoto o aspetto personale del relatore, testimonianza di una reale e viva partecipazione alla manifestazione. Più marcato è il ricordo dell’atmosfera respirata, data dal contesto in cui si svolgeva la manifestazione o dalla partecipazione e l’entusiasmo del pubblico. Mi viene alla mente con emozione una piccola cerimonia. Alpina, molto intima, non ufficiale. Era il venticinquesimo del Corso: ci siamo trovati in cima al Rosa, e lì, senza dire niente, senza aver organizzato né programmato niente, senza seguire alcun cerimoniale abbiamo cantato quel magnifico Signore delle cime pensando ad un fratello “andato avanti”. Senza dire altro, spontaneamente, anzi istintivamente. Ecco la risposta: l’Ana cento anni fa è nata proprio in questa maniera, rivolgendo un pensiero ai fratelli “andati avanti”. È nata prima di tutto per rendere omaggio e tenere vivo il ricordo di chi ha sacrificato la propria vita e la propria giovinezza per chi è rimasto, e per chi è venuto dopo: per noi, per te e me insomma. Nessuna retorica: quel “Per non dimenticare” fa parte del nostro essere alpino, è inciso nel filamento del nostro Dna e in quello della nostra Associazione. Cosa mi piace allora delle cerimonie alpine? Il desiderio, o meglio la necessità di dover rendere omaggio ai nostri fratelli. Di doverlo urlare sottovoce, in maniera composta ma rigorosa. E quindi il modo di farlo: disciplinato e secondo “libretta”. Perché anche questo fa parte del nostro corredo genetico: far le cose col dovuto rispetto e senza lasciare nulla al caso.

    FEDERICO MURZIO • Gruppo Monte Berico (Vicenza)
    Nelle nostre cerimonie il linguaggio tradisce sensibilità diverse. Sovente quello delle autorità è opportuno nel contesto. L’eccezione arriva da chi mira ad alimentare consenso individuale. C’è chi indugia sugli elementi identitari del sodalizio offrendone una lettura emotiva, esclusiva e intrinsecamente intollerante. Il pensiero è debole, il linguaggio è retorico. Ciò danneggia l’Ana. Così come è controproducente quando qualche voce alpina replica il copione. Qui la retorica è strumento per rivendicare una superiorità in alcuni casi facilmente confutabile, che mal si concilia con lo spirito associativo e che non appartiene alla fallibilità della natura umana.