L’invito del Maestro

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    “Niente sarà più come prima” è una frase ipocrita che noi alpini consapevoli, responsabili, generosi e sinceri, sappiamo ingannatrice. E ricantare? Non è “cantare un’altra volta”, perché non significa ripetere il L’invito del canto. Il prefisso “ri” può indicare perfino un cambiamento. E dopo questi mesi di vuoto, con la nostra Adunata ri-mandata, rinviata al 2021! possiamo ri-trovarci per il tempo che viene. Ri-cantare, dunque: la voglia di cantare da veri alpini, non soltanto da coristi organizzati, pur con i pregevoli e lodevoli gruppi impegnati a intonare le nostre meravigliose storie, mentre però i più stanno zitti!

    Un poco come accade nelle chiese italiane tristemente mute da quando il Concilio ha cancellato il latino e i canti delle Devozioni da intonare con tutta l’Assemblea orante. “Cantare insieme è pregare tutti insieme”, diceva il nostro meraviglioso don Gnocchi! Due ricordi come due insegnamenti di vita. Suonavo a Parigi con i Solisti Veneti. Concerti ogni due giorni. Si ammala uno dei violinisti e il maestro Scimone fa arrivare subito dal Veneto, in aereo, un giovane sostituto che conosce. Nella prova del pomeriggio il nuovo arrivato produce un suono poco intenso. Il maestro gli dice affabilmente «tira l’arco!». E la risposta è «ma io suono per me». E subito, il maestro Scimone: «Mi dispiace, ma puoi tornartene a casa: noi suoniamo per le duemila persone che ci ascoltano».

    Mario Rigoni Stern mi chiamava spesso per delle serate insieme. A Solagna, in Valsugana, dopo che avevo intonato “L’ultima notte” con i miei Crodaioli e tutti i presenti, raccontò che prima di partire dal Don per la Ritirata, uno dei suoi alpini, Giuanìn, bresciano, gridò «e ora facciamo sentire ai russi di là del fiume come cantano gli alpini!» e intonò “Mira il tuo popolo o bella Signora”. Poi, commosso come in quella sera lontana, Mario ricordò che alle parole “Anch’io festevole corro ai tuoi piè”, le lacrime di tutti scendevano come perle di ghiaccio. E Giuanìn è morto a Nikolajewka!

    Per chi cantiamo? Non certamente solo per noi stessi. Ma canteremo ancora? “Niente sarà più come prima” è una previsione ipocrita, inattuabile. Perché il mondo continuerà come sempre e peggio di sempre: con le grandi foreste bruciate, con i fiumi e i mari inquinati, con le montagne offese, con i giovani senza esempi e senza guida. Con i poveri sempre più poveri. Ma perché si governa soprattutto litigando? E perché i milioni di alberi schiantati dalla tempesta Vaia di due anni orsono sono finiti in Cina? Prepariamoci, però, a cantare le nostre meravigliose storie in modo più convinto e più efficace.

    Bastano quattro voci ben preparate, oppure sei o sette, pur distanziate secondo le regole, per fare un piccolo coro facile da ospitare nei concerti che dovranno continuare senza presentazioni saccenti e senza inutili discorsi. Poi, decidiamo finalmente, e coraggiosamente, di cantare tutti, sempre! nelle Sante Messe, nelle Adunate, piccole o grandi che siano. Facciamoci sentire. Cantiamo fraternamente nelle nostre sedi. Cantiamo anche camminando, addirittura marciando con il sorriso della speranza. E torniamo alla poesia della montagna! “Sul cappello, sul cappello che noi portiamo c’è una lunga, c’è una lunga penna nera che a noi serve, che a noi serve da bandiera!”.

    Bepi De Marzi