L’indimenticabile Ecia

    0
    55

    Arguto, dissacrante, scanzonato, irriverente, ma con alcuni sacrosanti princìpi: i racconti della Ecia, al secolo Gian Maria Bonaldi, parlano di orgoglio e onore alpino, di osterie, di donne, di sana allegria e di disciplina un po’ naif, di combattimenti ma poiché la guerra è comunque una cosa seria, parlano soprattutto di grande rispetto per i nostri morti. Il libro Ragù e la riedizione Rancio speciale sono ritratti “gustosi” di vita alpina che si leggono e si rileggono sempre con grande piacere, al pari dei primi numeri de L’Alpino che riportano molti suoi scritti. Quale migliore occasione dunque, per ricordarlo oggi, proprio sulle pagine del periodico della nostra Associazione? Bonaldi, all’anagrafe Giovanni Maria, nasce il 12 agosto 1893 a Schilpario, in Val di Scalve, primo di quattro fratelli. Dopo gli studi giovanili nel collegio dei Padri Barnabiti di Lodi e la visita di leva, il 1º gennaio 1915 si presenta alla caserma del 4º Alpini di Ivrea per il corso allievi ufficiali: la guerra è ormai alle porte e servono giovani sottotenenti. Prima della nomina ci sono però da superare sei mesi di rigida vita militare e di regolamenti, affidati alle cure del capitano Ragni, futuro generale, e del tenente Morello, poi caduto da comandante di Battaglione sul Rombon. Tuttavia nel periodo a Ivrea non mancano i momenti lieti, con le prime bevute collettive e i riferimenti all’universo femminile, argomenti sempre presenti nei suoi racconti. Il 15 luglio 1915, al termine del corso, giunge la nomina a sottotenente di complemento e la destinazione definitiva: «Le arie per quel filetto d’argento sotto il gozzo ci passarono subito: alla dura scuola dei battaglioni in guerra imparammo a far l’Alpino davvero ed a capire il tremendo onore di dover condurre gli uomini al fuoco…». Viene inviato al 5º reggimento alpini e dopo il giuramento, assegnato all’Edolo, battaglione di bergamaschi e bresciani. Giunto a Ponte di Legno raggiunge la 52ª compagnia, in quel periodo dislocata al Montozzo. Qui scopre che i regolamenti militari imparati a Ivrea servono a poco, forse per marciare ordinati in piazza d’armi ma non certo per comandare il suo plotone. Occorre ben altro: «Una volta che avevano imparato a conoscerti per uno dei loro ed avevano preso a volerti bene, potevi dormire tranquillo che, morto o ferito, tutto il plotone si sarebbe buttato allo sbaraglio per portarti dentro e ti avrebbe seguito, come un sol uomo, al sol cenno della mano, perché tu diventavi ol nostr tenènt semplicemente: il fratello maggiore, al quale si devono affetto ed obbedienza». Non era invece facile andare d’accordo con il comandante della Compagnia: il nostro è uno che fatica a tener a freno la lingua e già alla prima occasione rimedia cinque giorni di arresti. Il 25 agosto 1915 la 52ª compagnia prende parte all’attacco contro le posizioni austriache del Tonale, con il 2º plotone di Bonaldi che deve conquistare il Passo Lagoscuro. L’azione ha successo e il nemico, colto di sorpresa, abbandona le posizioni in mano agli alpini. Più che per il fatto militare, la giornata è da ricordare per la nascita del famoso nomignolo di cui andrà sempre fiero: «Così prendemmo il passo di Lagoscuro ed io ebbi il mio primo battesimo di fuoco, ma poiché la sera sorse un ventaccio freddo e stizzoso ed il passamontagna non lo avevo portato, mi legai tutto intorno un gran fazzoletto verde che tota Ravera mi aveva regalato la sera degli ultimi addii ad Ivrea e sopra ci misi il cappello. ‘Madona me, siùr tenènt! Ol me soméa òna Egia’. Brignoli che prese spavento nel vedermi così conciato, non si accorse che mi aveva battezzato per tutta la vita…». Nei mesi successivi rimane ferito al capo, in modo non grave, dallo scoppio di un colpo da 305 austriaco nei pressi del Torrione d’Albiolo. Trascorre così il suo primo Natale di guerra all’ospedale della Croce Rossa di Palazzolo sull’Oglio. Nel frattempo anche Antonio Bonaldi, di due anni più giovane, dopo aver beneficiato del ritardo alla chiamata alle armi quale secondo fratello, viene arruolato come ufficiale di complemento. Il 16 settembre 1916 la sua 123ª compagnia e il resto del battaglione Bicocca, insieme ad altri cinque battaglioni alpini, attaccano vanamente il terribile Monte Rombon; Antonio è tra i primi a cadere e il suo corpo non sarà mai ritrovato. Verrà decorato con la Medaglia d’Argento al Valor Militare. L’anno successivo Gian Maria Bonaldi passa al reparto salmerie del battaglione Edolo, dislocato a Temù, nelle retrovie del fronte del Tonale. Ricorderà anni dopo: «Allora le salmerie di un battaglione erano un grosso reparto: 130 muli e quasi 150 uomini, ma il guaio era che le salmerie erano la pattumiera del battaglione e tutti scaricavano lì i pelandroni, gli scansa fatiche, le mezzecartucce, pur di liberarsene». Aveva trovato un bel reparto, insomma. Qui fa la conoscenza con un mulo porta arma della prima sezione mitragliatrici, il famoso Idro che sarà la sua spalla nei racconti scritti dopo la fine della guerra. Tornato borghese entra presto a far parte dell’Ana; nel 1921 fonda il Gruppo di Schilpario e a ottobre del 1922 viene eletto consigliere della Sezione di Bergamo. Già Presidente della Sezione Combattenti della Valle di Scalve nel triennio 1921-1923, nel 1924 fa costruire, nella piazza principale del suo paese, il monumento ai Caduti, finanziandolo direttamente con la vendita della Malga Negrino di sua proprietà. L’impegno politico lo vede anche sindaco di Schilpario dal 1921 al 1923. A partire da quegli anni scrive numerosi testi rievocativi sullo Scarpone Orobico e su L’Alpino. A metà degli anni Trenta si verificano alcuni importanti avvenimenti nella sua vita. Nel 1935 pubblica il celebre libro di racconti Ragù, con il titolo che richiama il grido di un caporale di cucina della sua 52ª compagnia del battaglione Edolo. Invia le copie direttamente alle Sezioni, in conto fiduciario e al prezzo di 5 lire a volume. Lo scopo è nobile: «Il libro serve per comperare una vacca a don Giovanni Antonietti, cappellano valoroso e caro dei nostri battaglioni Stelvio e Moncenisio, che ne ha bisogno per poter fornire il latte ai suoi orfani…» Don Antonietti, fondatore della Casa dell’orfano di Ponte Selva e amico della Ecia per tutta la vita, celebra anche il suo matrimonio con una gentile signora milanese, Enrica Elena. Si trasferisce definitivamente a Milano e nel 1936 nasce la prima figlia Lia, nel 1940 il figlio a cui dà il nome Antonio in ricordo del fratello morto sul Rombon. Viene anche richiamato, rimette (a fatica) la divisa da capitano e si presenta a Cuneo alla caserma del 2º Alpini, comandato da un suo vecchio commilitone del 1915-1918. A principio del 1937 viene promosso maggiore. In quegli anni abbandona l’Ana per rientrarvi solo nel 1951. La Seconda guerra mondiale scoppia poco tempo dopo; nel 1942, a seguito dei primi bombardamenti aerei su Milano, si trasferisce con la famiglia a Malnate ricoprendo in quegli anni anche la carica di presidente della Sezione di Varese nel periodo 1952-1953 quando tornerà definitivamente a Milano. Negli anni successivi partecipa, come faceva anche prima della guerra, alle Adunate e ai raduni dove spesso prende la parola perché è un oratore brillante. Ma è sempre un alpino “scomodo”, spesso in polemica anche con gli ex combattenti come lui. I suoi scritti diventano riferimenti per i primi studiosi della Guerra Bianca. Anche Ragù continua a piacere: nel 1958 esce una prima ristampa e nel 1970 una riedizione ampliata, dal titolo Rancio speciale, come il menù dei giorni di festa. La sua vita terrena si conclude il 14 gennaio 1972. Due giorni dopo, sotto una nevicata, viene accompagnato da pochi amici alpini al riposo eterno nel cimitero di Solbiate Comasco. Nell’ultimo viaggio porta il suo cappello con la penna bianca: come aveva scritto, molti anni prima, doveva presentarsi a San Pietro «che fa l’ufficiale di picchetto alle porte del paradiso… ». Il suo amore per la montagna ed in particolare la sua predilezione per la zona del Tonale, gli varrebbero l’intitolazione di uno dei prossimi pellegrinaggi in Adamello, ghiacciaio che lo vide tenente durante la Grande Guerra. Si ringraziano la signora Lia Bonaldi, Walter Belotti Presidente del Museo della Guerra Bianca in Adamello e Marco Chiodini del Gruppo di Saronno.

    Massimo Peloia