L’attentato sventato

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    Ventotto settembre 1966, Forte di Fortezza: domani andrò in congedo. Alle 2 di notte suona il telefono. Un alpino mi avvisa che ci sono estranei nel perimetro del Forte. Organizzo una squadra col sottoscritto (sergente), il caporale “Napo” e cinque alpini, due volontari, i cugini Adriano e Bruno Bertocchi di Bergamo, tutti con fucile mitragliatore Mab e una torcia. Le centine sul muro di cinta erano state tagliate, impronte di due persone arrivavano fino al portone del Forte. Ma gli sconosciuti, sentitisi scoperti, erano fuggiti. Dopo un quarto d’ora un altro segnale di pericolo sulla ferrovia del Brennero. Mi ordinano di pattugliare la linea da Fortezza a Vipiteno e controllare che non ci siano esplosivi. Siamo sulla ferrovia da Fortezza a Vipiteno: davanti i cugini Bertocchi, qualche metro dietro io, poi “Napo” e l’alpino Sala con 15 kg di trasmettitore a spalla, dietro, distanziati, Trombini e Bossetti. Era nevicato e c’era il pericolo di scivolare. Alle 6 siamo in località Foresta, 7 km da Vipiteno. “Ci sono persone che scappano!”, gridano i Bertocchi. Salgono su una macchina ma ci sparano addosso 5 colpi di pistola, replicati da due nostre raffiche. Nessun ferito. Ordino di ispezionare un tunnel sotto la strada forestale e la ferrovia. Poco dopo un grido: «È minato!». Dodici panni di un kg di tritolo fissati sul fianco del tunnel con gli inneschi e fili elettrici penzolanti: a terra un filo elettrico, srotolato per 40 metri, che raggiungeva la strada, dove poco prima si trovava la macchina con i malintenzionati. Probabilmente a bordo dell’auto c’era l’innesco che avrebbe dato il via all’esplosione facendo saltare in aria il tunnel. Mentre parliamo si sente il rumore di un treno. Stava passando il “Treno accelerato 561″… chiedo l’intervento degli artificieri che arrivano dopo 45′ insieme a carabinieri e polizia ferroviaria. Alle 7:45 incontro il colonello comandante del Val Chiese: «Devi fare rapporto su stanotte, poi andrai in congedo. Ma quel che è successo stanotte nessuno dovrà saperlo per almeno 30 anni!». Non ho mai raccontato questi fatti, nemmeno ai miei familiari. Dopo più di 50 anni lo faccio per giustizia di verità. La mia squadra rischiò molto, evitando però la distruzione di un treno e salvando probabilmente decine e decine di passeggeri.

    Franco Pezzini, Villa Lagarina (Trento)

    Caro Franco, grazie per questa tua testimonianza, che rende merito ai giovani alpini di leva che in quegli anni drammatici, in cui quella strategia di tensione provocò decine di morti, furono chiamati a compiti rischiosi, che assolsero con abnegazione e coraggio, grazie alla coesione e alla disciplina non formale che ha sempre caratterizzato i nostri reparti.