Lassù solo il cielo…

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    Il sole promette una delle sue giornate migliori, anche se la brezza sconsiglia tenute balneari, secondo una moda molto diffusa tra gli escursionisti della domenica. Anzi, ad ogni passaggio di nuvola, il freddo la fa da padrone. Si sale verso la cima dell’Ortigara. Difficile definirla vetta, in senso classico, quando arrivati al vertice hai l’impressione di essere da solo a dialogare con il cielo.

    L’Ortigara è piuttosto una spianata lunare, come se neppure la vegetazione volesse rubare la scena a quello che qui è accaduto. Gli alpini, a migliaia, salgono composti in fila indiana. Hanno ben chiaro in testa perché vengono fin quassù ogni anno, quasi ad assolvere un voto fatto ai tanti morti che qui hanno avuto la loro tomba. Tra loro c’è un vociare composto, come nei cortei funebri, quando si ritrovano volti che non si vedevano da tempo e si unisce la gioia dell’amicizia con il rispetto che è dovuto al momento.

    C’è anche qualche pancia di troppo a consigliare di non sprecare fiato. Ma anche inerpicarsi è buon esercizio di fitness. È dall’alto della cima che ci si rende conto di come sia stato possibile il consumarsi di una tragedia epica, tra il 10 e il 20 giugno 1917. Qui persero la vita oltre 16mila soldati italiani (fonte “Storia delle Truppe Alpine” di Enrico Faldella) e chi ebbe maggiore fortuna, ma fortuna a che prezzo, furono le migliaia di nostri connazionali e austriaci feriti. Qui dal 1920 svetta una colonna, per non dimenticare. La chiamano “mozza”. È robusta, in granito, ma è spezzata. Monumento, ma soprattutto metafora della vita dei tanti Caduti. Giovani nel pieno delle loro energie, piegate dalla logica della violenza. Ciò che si celebra ogni anno in questo luogo è un rito di singolare suggestione. Per dare corpo alla liturgia della memoria, ci pensa l’organizzazione impeccabile delle Sezioni di Verona, Marostica e Asiago.

    È presente anche la delegazione austriaca. Qualche metro più in basso della Colonna Mozza, infatti, c’è anche il cippo che ricorda i loro Caduti. Più che un monumento, sembra quasi un occhio che guarda lontano, all’Austria, lo sguardo malinconico spinto oltre la valle, di coloro che erano stati mandati a combattere fin quassù, coltivando il sogno di tornare a casa il prima possibile. Una speranza che mal si conciliava con le solide strutture, che vanno sotto il nome di Opere Mecenseffy, dal nome del comandante Artur Von Mecenseffy, generale austroungarico nato a Vienna e morto vicino ad Asiago il 6 ottobre 1917.

    A vederne i resti sembra quasi un paese dove mettere radici in pianta stabile. Ora rimangono soltanto dei ruderi, ma si intuisce quale solidità logistica e operativa avesse questo luogo in mano agli austriaci. La cerimonia di commemorazione ha i suoi riti consolidati. L’Inno di Mameli, la sfilata del Labaro e poi la Messa. Quest’anno è officiata dal cappellano di Verona, don Rino Massella, dallo sloveno padre Milan Pregelj e dal direttore de L’Alpino Bruno Fasani. Don Rino, che quest’anno fa 40 anni di Messa, ricorda che fu proprio in questo luogo, da pretino di primo pelo, che fece una delle sue prime celebrazioni. Quasi un investimento profetico.

    Facendo tesoro del vangelo del buon samaritano, ha buon gioco a ricordare che gli alpini sono i samaritani del nostro tempo, pronti sempre ad arrivare per primi. Terminato il rito religioso è il momento delle commemorazioni. Apre il comandante delle Truppe Alpine, generale C.A. Claudio Berto. Si capisce che ama la storia, dalla quale attinge dei cammei di grande valore etico. Quest’anno il pensiero all’Ortigara gli è venuto guardando il muro giallo del 6º Alpini a Brunico. Ricorda il 10 giugno del ’17 quando il battaglione Bassano, con la 62ª Compagnia, comandata da Santino Calvi, prendeva l’Agnella.

    Giulio Bevilacqua, cappellano e poi cardinale, definì quei momenti “la vendemmia del sangue alpino”. Santino era uno dei Calvi, i quattro fratelli Calvi, tutti di Bergamo, tutti morti. Di Santino, il suo biografo dice che morì con due fucilate ravvicinate. È sepolto al Passo de L’Agnella. Cinquantatré anni dopo il suo sacrificio, qualcuno è andato a piantare vicino alla sua tomba un rododendro rosso. Per non dimenticare, appunto. Tocca al Presidente, Sebastiano Favero, chiudere la liturgia della memoria, in questo luogo che è il “calvario degli Alpini”.

    Uomini che erano venuti qui con la speranza di un’Italia e di un’Europa migliore. Passi sono stati compiuti, ma tanti altri restano da fare. E la strada per farlo è impegnativa ma chiarissima. Rispettare le montagne e l’ambiente, essere solidali e coraggiosi nel testimoniare i nostri valori senza reticenza e paura. Soprattutto tornare a far conoscere la storia, aiutando i nostri giovani che vivono nel virtuale, portandoli nel reale, perché imparino a dare, essendo disponibili senza chiedere nulla in cambio. Finita la cerimonia si scende alla chiesetta del Lozze, un po’ più a valle.

    C’è una consegna importante da fare. È un reliquiario contenente piccoli resti del Beato Carlo Gnocchi. Il contenitore è una pregevolissima opera dell’alpino Gabriele Migliorini di Cantù, qui con il suo Gruppo. Una scultura in legno ricoperta di lamina d’oro. Lui, il Beato, ha conosciuto le fatiche degli alpini e il loro sacrificio. E loro non dimenticano la sua vicinanza. Allora e oggi.

    b.f.