L’arte di Beppo

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    Un tocco deciso, capace con un unico tratteggio di fissare sulla carta la peculiarità propria di quel tal personaggio. Nascono dalla sua mano i manifesti più belli delle Adunate nazionali, delle vicende di naja, dello spirito alpino. È GIUSEPPE (BEPPO) NOVELLO da Codogno, pittore, illustratore, capitano della 46ª del Tirano, pluridecorato nella Grande Guerra poi richiamato nella Seconda e condannato prigioniero in Polonia e in Germania. «Dopo 96 mesi e mezzo di naja, spero di aver finito», disse al suo ritorno. Fin dagli albori protagonista della vita associativa con quel dipinto che si può considerare come la Gioconda dei Verdi: uno scorcio di Galleria, il tricolore che mai fu ammainato e lì, di guardia, un alpino con gli abiti borghesi che s’affaccia per vedere com’è che gira il mondo. Milano 1919. Le sue caricature, le vignette, le linee smilze e l’infografica associativa arricchirono il mensile L’Alpino fin dal 1925: ecco i paracadutisti che si librano nel cielo, le bombette e i cappelli alpini, ecco i reduci dell’Ortigara che guardano dall’alto, il dito puntato, i bocia della Russia e dell’Albania. Insomma, la grande famiglia alpina rappresentata come meglio non poteva essere. Accanto al suo inconfondibile tratto, arrivarono poi Villani Marchi, Riosa, Ciotti, Angoletta, Frova, Noëlqui, Minardi e altri ancora. Eppure Novello, iscritto tra i Soci fondatori, forse perché assistette insieme agli amici Andreoletti, Capé e Bisi, al battesimo dell’Ana, seppe cogliere sempre, in ogni sua opera, ciò che gli alpini si aspettavano di vedere rappresentato, in quell’esatto momento. Nelle tavole che illustrano i 15 giorni di richiamo che giunge dieci anni dopo la naja, la famiglia si raduna attorno all’alpino ora marito e padre; lo guarda in silenzio mentre goffamente cerca di infilare una divisa che il benessere ha reso troppo stretta, e suda, si sforza, fa di tutto per indossarla e borbotta ai suoi “Andate via, lasciatemi solo!”. O il treno che va, strabordante di alpini verso la città dell’Adunata inseguito dal ritardatario in giacca e cravatta, una valigia misera, misera e a corredo causticamente la sentenza: “Il solito impegnatissimo che aveva detto… quest’anno devo proprio rimanere a casa”. Ma che all’ultimo ci ripensa. Seppure immediati e diretti, sono i particolari a caratterizzare i disegni di Novello. E vengono alla luce, uno dopo l’altro, come in una silente e studiata caccia al tesoro: i pomelli sul viso del trombettiere, lo sguardo piccato, il baffo dritto e appuntito; i colori delle nappine, l’occhio dolce dei muli e il volto buono dell’alpino diventato papà. La penna bianca tronfia e impettita, la manina innocente del neonato, l’aquila regia che concede all’alpinotto di attingere dal suo pregiato piumaggio. Poi nel 1929 arriva la prima edizione del capolavoro “La guerra è bella ma è scomoda” firmato assieme a Paolo Monelli, altro gioiello d’alpino. Ed è sempre nel 1929 che Novello declinò l’invito al proseguo della collaborazione sul giornale dell’Associazione (che in realtà però non avvenne).

    Da pochi mesi l’Ana era stata commissariata e al vertice il Duce in persona aveva posto Angelo Manaresi. Forse per diversità di vedute, per non subire le inevitabili pressioni che prima o dopo sarebbero arrivate, così fu che Novello scrisse: “Caro Manaresi, vorrei poter rispondere con un disciplinatissimo signorsì al tuo cordiale invito; ma, cosa vuoi? sono, alpinamente parlando, un fiasco vuoto e non ho più idee. Sento che insistendo ad ogni costo in una collaborazione ch’è andata bene fin che avevo qualcosa da dire, diventerei una specie di Otto Cima degli scarponi. Ed è per questo che, col volume di Monelli, mi son giurato di far punto; solo ho voluto, come hai visto, collaborare al numero di Roma per un bisogno istintivo di partecipare al coro del quale tu sei stato impareggiabile maestro concertatore: ma ora ti prego, passami della ‘terribile’ de L’Alpino, chè la mia arte comincia a metter pancetta. Capacissimo domani, non te lo nascondo, in una crisi di veteranite acuta, di ritornare alle scene come una Virginia Reiter qualunque: ma intendiamoci, senza nessuna ‘scrittura’. Ancora un cordialissimo grazie, e coi migliori auguri per te e per l’Associazione ben cordialmente ti saluto”. Così tra il serio ed il faceto trovò un cordiale escamotage per fare un passo in là, senza strascichi o livori apparenti. La sua arte continuò ad affermarsi anche e soprattutto al di fuori dell’Ana fino a decretarlo protagonista della cultura italiana del Novecento accanto agli amici Bucci, Buzzati, Monelli, Vellani Marchi, Vergani e Giovannino Guareschi. E fu proprio con il papà di Peppone e don Camillo che Novello condivise i lavori forzati e il buio della prigionia. I due maestri si somigliavano, lo stesso modo di raccontare la realtà, chiaro come l’acqua, senza mai prendersi troppo sul serio. Nessun fronzolo, né artifizio, la vita con le sue gioie e le sue miserie. L’uno col pennello, l’altro con la macchina da scrivere. In una intervista nel 1957, un giornalista domanda al pittore con la penna: “Che cosa vorrebbe che si dicesse di lei fra un secolo?”. E lui risponde: “Sarebbe ben miracoloso che si dicesse qualcosa. Giudico quindi indelicato da parte mia avanzare delle pretese”. Se ne dice ancora e sempre bene, caro Novello. Miracolo compiuto.