I primi passi

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    “Gli alpini sono un po’ come le belle donne e piacciono a tutti. Ma, trovarne la ragione, è un affare un poco complicato e difficile, per il fatto che chi non ha fatto l’alpino non sa da che parte incominciare e, se apre bocca, infila una fesseria dietro l’altra, mentre invece chi ha portate penna e mostrine verdi, quando incomincia, non la finisce più”. Irriverente, ironico, dotato di un acume non ordinario. È GIAN MARIA BONALDI, la “Ecia” così lo ricordano tutti. Ed è suo uno dei capisaldi della letteratura alpina, un atipico diario di guerra volto a strappare un sorriso perché temprato dalla conoscenza del dolore. Bonaldi poetico, profondissimo, semplice. Una satira mordace che disegna immagini d’effetto nella quale sorrisi amari accompagnano storie di convivenza a tremila metri, di dialetti che si sovrappongono, di uomini che si incrociano lungo le strade della stessa guerra. “Quando nel luglio del 1915, mi assegnarono, fresco di corso, al battaglione Edolo, il capitano Bollea mi presentò al secondo plotone della 52ª compagnia con acconce parole, mentre il sergente maggiore Gelmini dava un urlo fuori ordinanza, per mettere sull’attenti quella sessantina di ceffi che la Naja metteva nelle mie mani. Ebbi subito la vaga impressione che tutti i regolamenti e tutte le istruzioni che mi avevano fatta grossa la testa, in sei mesi di corso al 4º Alpini, altro non fossero che delle allegre balle, buone forse a far sfilare in modo impeccabile un plotoncino di cappelli in piazza d’armi, ovvero a condurlo a viole, su per le colline del lago Sirio o del Bric Appareglio. Due settimane dopo, il dubbio era diventato certezza ed i regolamenti e le istruzioni avevano fatta una ben triste ed inonorata fine, per un certo uso indecoroso e poco pulito, ma necessario, dietri i molti sassi della conca del Montozzo, e del corso di Ivrea non rimanevano che il rimpianto ed il ricordo acuto delle belle “tote” canavesane, buone e saporite come il vino di Caluso e di Carèma”. Amico intimo di Arturo Andreoletti e di Beppe Novello, il suo nome non compare nell’elenco dei Soci fondatori dell’Ana presumiamo per banali questioni pratiche, Bonaldi era forse preso altrove da affari professionali o personali. Ma sappiamo che alla fine del 1922 era vice Presidente della Sezione di Bergamo e il 26 agosto 1923 fu protagonista, perché prima promotore, della costituzione del Gruppo di Schilpario. E ancora fu componente coinvolto e attivo del Comitato costituito in seno all’Ana dopo il disastro del Gleno (1° dicembre 1923). Famiglia alpina per vocazione: il fratello Antonio cadde tra i reticolati del Rombon con i suoi alpini del battaglione Bicocca, mentre la sorella Giannina Scachieri Bonaldi, nel 1924, raccolse l’appello delle penne nere di Dezzo di Scalve, donò loro il gagliardetto e venne eletta coralmente madrina del Gruppo. La quinta Adunata nazionale, che allora si chiamava Convegno, avvenne al Passo del Tonale. Si camminò sui ghiacciai dell’Adamello, sulle nevi che avevano visto gli alpini misurarsi con gli austriaci e con inverni feroci, scarsi di tutto. E lassù nell’agosto 1924, al quinto Convegno c’era anche lui, la “Ecia”. Piero Bossi su L’Alpino di allora ne parlò così: “Ecco Bonaldi da Schilpario vera razza toscana, alto slanciato, elegante ci saluta con espansione, mentre naso e mento compiono il solito sforzo per raggiungersi in una smorfia tra lo scherno ed il compatimento guardata da lui stesso cogli occhi bassi traverso le lenti enormi degli occhiali. Chi non lo conosce? È la nostra “Ecia”, “il Padreterno dell’Edolo”, il più insigne attore e storiografico d’ogni Alpina birbanteria, l’espressione di un tipo e di una tradizione puramente Alpina da conservarsi gelosamente: il capitano Gian Maria Bonaldi, bergamasco, non avvocato!”.

    Insomma, un inesauribile seminatore di ilarità e di gaiezza che, fuori la triste parentesi del Ventennio, rimase tra le fila dell’Ana per tutta la vita. Istrione, animatore instancabile, fu sempre legato da una amicizia cordiale e da un sincero affetto ad ARTURO ANDREOLETTI tanto diverso da lui nell’indole quanto affine nell’animo. Il papà dell’Associazione, elegante, fiero d’aspetto, granitico nelle sue convinzioni eppure rivolto a mille orizzonti. “La sua figura asciutta e slanciata, il suo volto dai lineamenti signorili e il suo sguardo aperto e leale, infine il suo fare franco e deciso mi diedero l’impressione di trovarmi di fronte a un uomo, come si suol dire, tutto di un pezzo, molto volitivo, ma altrettanto gentile d’animo e conscio della sua tutt’altro che lieve responsabilità. Straordinariamente attivo – era l’ultimo a coricarsi e il primo ad alzarsi – seguiva tutto l’andamento militare della zona affidata al suo comando con eccezionale interessamento ed alacrità, animando ed incitando ufficiali e soldati della sua mastodontica compagnia con la parola e più ancora con l’esempio. Quando parlava, ricordo, la sua parola giungeva quasi sempre ultima, breve e incisiva quasi non ammettesse replica; e nessuno di noi si azzardava a farlo; non supina o interessata deferenza, bensì perché sentivamo in lui la voce di una persona eccezionalmente competente, e quindi la voce del vero capo. Certo che la zona della Marmolada non poteva avere – a mio giudizio almeno – un comandante migliore di quello”5. Un ritratto, meglio un’incisiva sentenza quella di Tullio Minghetti, irredentista, alpino che condivise con Andreoletti e i suoi uomini, l’esperienza di guerra nella zona Serauta-Marmolada. Chiunque incontrasse sulla propria strada il capitano della 206ª compagnia del battaglione Val Cordevole, 7º Alpini, ne subiva una fascinazione istintiva. Al suo rientro a Milano, nella primavera del 1919, ideò l’Associazione Nazionale Alpini innalzando quei muri portanti che ancora oggi la sostengono: la memoria, la montagna e la solidarietà. “Il nostro Statuto conteneva fin da allora (1919) questi tre precetti fondamentali: amare, volere, fare”. E ancora: “La forza della nostra Associazione sta nell’unità; il valore e l’efficacia della nostra funzione poggiano sulla dirittura e sulla coerenza del nostro indirizzo”. L’apoliticità da intendersi come apartiticità fu un altro principio fondamentale per il quale Andreoletti si batté negli anni con chi si dimostrava incline alle lusinghe. Questo suo carattere adamantino si era rivelato fin dall’infanzia. Non mutò nell’adolescenza, né in guerra. Lo si ritrova nelle centinaia di lettere che scambiò con i regnanti di tutta Europa, con i più illustri amministratori pubblici e privati e ancora con i grandi alpinisti del Novecento e con gli amici. “Le persone scompaiono quando si tratta dell’interesse generale, soprattutto quando si tratta di difendere idealità e principi che non possono mutare secondo il vento della contingenza del momento o delle contingenze politiche. Per queste considerazioni non ho mai accettato transazioni che, in sostanza, avrebbero costituito dedizioni per una delle parti: dedizioni ai principi antitetici a quelli da cui è nata la nostra Associazione, e con cui ha fiorito durante i suoi primi anni, mantenendosi indipendente dai partiti e dalle conventicole locali o personali, ma sempre e fieramente operando in campo nazionale e per gli Alpini. Ho sempre seguito il mio pensiero con coscienza precisa, senza deflettere in qualsiasi modo la linea di condotta che mi sono tracciato, senza curarmi delle inimicizie personali che mi procuravo”7. Uno tra i suoi maggiori meriti associativi fu quello di garantire continuità all’Ana, ammettendo alpini ufficiali e di truppa di ogni epoca e svincolando le cariche associative dai gradi militari: chiunque poteva ambire a ricoprire un incarico in Sede nazionale o nelle Sezioni e nei Gruppi, ancorché alpino semplice. E così è ancora oggi. Tuttavia ciò che Andreoletti considerava la più importante assicurazione affinché l’Associazione mantenesse intatta la sua essenza, era la montagna. Si sentiva in qualche modo figlio di questo elemento naturale che lo aveva educato e arricchito, che lo aveva visto nelle stagioni della sua vita, alpinista, soldato, discepolo. Per questa ragione egli rimase sempre convinto sostenitore del reclutamento alpino: i figli delle rupi sarebbero diventati, più di chiunque altro, alpini “nell’animo e nell’azione”. Le Terre Alte sapevano curare le ferite, elevare l’animo fino a migliorarlo. Era dunque dovere primario preservare intatte le virtù peculiari delle comunità montane battendosi a favore di una politica associativa che tutelasse la montagna e i suoi figli.