La valanga di Valdarmella

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    Nella seconda metà di febbraio dell’anno 1972, una eccezionale ondata di maltempo flagella l’Italia. Piemonte, Valle d’Aosta e Liguria, in particolare, sono sferzate da una insistente pioggia che, in poco tempo, raggiunge livelli inquietanti. Dopo un paio di giorni due metri di neve pesante ed intrisa d’acqua vanno a gravare sullo strato precedente che era freddo e farinoso, appesantendo in modo insopportabile le case; nelle borgate gli uomini salgono sui tetti e, palata dopo palata, cominciano a scaricarli per evitare il rischio di crolli, mentre la neve cresce a vista d’occhio. Le borgate più in quota sono completamente isolate perché i mezzi sgombraneve non sono più in grado di muoversi; in molti luoghi, ormai, non c’è più energia elettrica, il buio arriva presto e la notte è scura, ovattata e carica di apprensioni. Nelle case di montagna il silenzio viene interrotto dal rumore dei travi che gemono sovraccarichi di un manto che si fa sempre più pesante. Si sta col fiato sospeso e si aspetta con ansia l’arrivo del mattino, sperando che la luce porti uno spiraglio di sereno e la fine di questo incubo. Valdarmella, una frazione di Ormea (Cuneo) che sorge a mille metri di altitudine, vive la stessa ansiosa quiete degli altri borghi alpini. La borgata, che oggi è praticamente disabitata, contava nel 1972 ancora molti abitanti.

    Per raggiungere Valdarmella, da Ormea, bisogna percorrere sei o sette chilometri su una stradina che, superata una zona di profonde calanche sul cui fondo scorre il torrente, sbuca dove la valle si apre e mostra gli alpeggi che salgono verso il Pizzo. La mattina del 19 febbraio 1972 la luce del giorno stenta a penetrare attraverso la neve che continua a scendere, densa; dalla parte alta della frazione si vedono a malapena la chiesa e il fumo che esce dai comignoli. La temperatura non è bassa; a tratti la neve si trasforma in pioggia ed il cielo sembra schiarirsi; Le case della borgata alta hanno lunghi poggioli di legno che guardano verso il fondovalle; qualcuno è fuori e sta spiando il cielo e la parte bassa della borgata. È quasi l’una, quando il cielo si schiarisce un poco, è il momento più luminoso della giornata; i fiocchi si stanno facendo fini e la nebbia si alza fino a mostrare il versante del monte. Si sente il rombo di un aereo che vola alto, sopra le nuvole.

    D’un tratto il boom sonico fa tremare l’aria; l’aereo ha superato la barriera del suono. Nello stesso istante sul versante sud ovest della dorsale di casa Brui, ad oltre 1.400 metri di quota, si staccano due fronti di valanga e viaggiano verso il basso convergendo tra di loro finché non si incontrano. In quel momento due piccole slavine diventano una sola valanga che precipita verso la borgata, divenendo gigantesca. Gli abeti ed i faggi si spezzano come ramoscelli, volano come piume davanti al fronte della slavina, divelti dall’aria che la precede. Un brivido che non può essere descritto, percorre il corpo di chi, impotente vede la valanga raggiungere la borgata sottana e seppellirla. L’enorme fiume di neve va a spegnersi nell’alveo dell’Armella, e quando tutto si placa lo spettacolo che appare è desolante: una parte della borgata bassa è scomparsa, il tetto della chiesa spunta appena dal livello della neve arrivata a valle riempiendone il solco.

    Gli uomini della borgata alta partono subito, qualcuno si dirige ad Ormea per chiamare soccorsi, altri cominciano a scavare in mezzo a quella neve compressa e mescolata con pietre, legname, detriti, terra. All’appello mancano tre persone, non ci sono più neppure le loro case: una è Adelaide Ghirardo, 67 anni, la sua casa era su uno sperone poco distante dal ruscello, gli altri due sono marito e moglie, Alfonso Gai di 74 anni e Paolina Pelazza, di 68. I primi soccorritori non riescono neppure a capire bene dove fossero le case scomparse sotto la slavina, un evento così tragico e improvviso ti toglie ogni prospettiva, ogni punto di riferimento. Si scava forsennatamente nella neve, ma per ore senza risultati. Intervengono poi gli alpini, i carabinieri e il soccorso alpino di Garessio e di Mondovì. Intanto, sotto la spessa coltre, Alfonso e Paolina sono salvi.

    Il piano superiore della casa è stato spazzato via, ma il seminterrato ha retto, e la volta piegandosi sotto la furia della valanga ha creato una nicchia protetta. La sotto il buio è totale, i due devono combattere col fumo perché la stufa a legna era accesa ed ora non c’è più tiraggio. Paolina si arrende, supplica il marito di stare vicino a lei, cosicché quando i soccorritori li troveranno saranno vicini, non ha più speranze. Lui invece è caparbio, non cede. Riesce a trovare una pala ed individua la porta d’entrata, divelta dalla slavina che ha riempito l’atrio di neve e macerie, e comincia a scavare. Butta la neve in casa e scava un tunnel che sale verso l’alto. Il locale si riempie poco alla volta di neve, la galleria si allunga ma le forze cominciano a mancare.

    L’uomo è stanco e fradicio. Un bicchiere di vino lo ristora un poco, e ricomincia a lavorare fino a quando le forze lo abbandonano del tutto. Non ce la fa più. È esausto. Però gli viene l’ispirazione di raccogliere le ultime energie e fare ancora un tentativo; si arrampica su per il tunnel che ha scavato ed infila nella volta di neve il manico della pala che va su; lo spessore è ancora drammaticamente tanto. Ma tirando indietro l’attrezzo appare un filo di luce e fuori, qualcuno ha scorto quel pezzetto di manico spuntare. Quella è la salvezza. Si scava un pozzo che va a congiungersi con quello che sale e con una fune i due vengono tratti in salvo. Il buio sta ormai scendendo, e per l’altra donna ormai si sono perse le speranze. Solo cinque giorni più tardi verrà trovato il cadavere dell’anziana donna, rannicchiato nel greto del torrente, sotto dieci metri di neve. Le due persone tratte in salvo a Valdarmella, Paola Pelazza e Alfonso Gai erano i miei nonni ed ora, sia pure molto tardivamente, sento la necessità di ricostruire i fatti di quel tragico 19 febbraio del 1972.

    Allora ero un ragazzo, avevo sedici anni, ed ho vissuto il dramma famigliare legato al dispiacere da parte dei miei nonni per la perdita della loro casa e dei loro pochi averi. Ho visto coi miei occhi l’effetto della valanga e sono stato a trovare i miei nonni in una loro temporanea sistemazione nella borgata Pronzai, leggendo in loro l’incredulità e l’angoscia. Per loro iniziava, quel giorno, un peregrinare che, seppure ospitati con tutto l’amore possibile dai famigliari, era pur sempre un ripiego perché la loro casa era andata distrutta. Mio padre faceva il muratore e, aiutato da mio zio e da alcuni altri, ha rimesso in piedi quel che rimaneva della casa, vale a dire il piano terreno ed i miei nonni sono tornati ancora per qualche anno, in estate, a passare un po’ di tempo lassù, ma non è mai più stata la stessa cosa. Nei ricordi dei testimoni torna alla mente, in primo piano, l’intervento degli alpini che hanno lavorato alle ricerche per vari giorni.

    Chiedo ai lettori de L’Alpino di pescare nella loro memoria per scoprire se qualcuno tra di loro faceva parte del gruppo che salì a Valdarmella a scavare nella valanga, in quel febbraio del 1972. Sarei davvero grato di ricevere un contatto, di ricostruire un ricordo, di mettere insieme un frammento di quella vicenda. Scrivere a brunovallepiano@gmail.comwww.brunovallepiano.com

    Bruno Vallepiano
    Caporale istruttore nel 1976/77
    presso la 103ª compagnia, caserma Ignazio Vian a San Rocco Castagnaretta