La morale e il moralismo

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    Leggo su L’Alpino di marzo, la lettera al direttore “Ricordi di gioventù” e desidero iniziare questo mio intervento con l’esternare tutta la mia indignazione per le considerazioni che vedo formulate attorno alla parola “sacramentate”. Non posso rendermi conto di come sia possibile affermare che “certe sacramentate altro non erano che la veste grafica della fatica”.

     

    Con ciò lei giustifica il ricorso alla bestemmia, perché è di bestemmia che stiamo parlando. Io sono nata e cresciuta in Carnia e, purtroppo, degli insulti più brutti al Signore e alla Madonna sono stata sofferente testimone, incapace di tollerare una simile orrenda abitudine verbale. Sebbene debba dire di me che “non vado sempre a messa, ma prego assai il Signor”, sento ugualmente di amare e di rispettare di vero cuore il Padre e il Creato. Nessuno mi venga a insegnare che ai bravi alpini è concesso, in deroga al Secondo Comandamento, esprimersi con la blasfemia, neppure quando il mulo tira calci o si rifiuta ai comandi del suo conducente. Credo, e voglio continuare a crederlo, che gli alpini siano soprattutto uomini d’onore e che, nel novero dei valori che ne distinguono il comportamento, trovi posto soprattutto il rispetto per tutti e per tutto. Immaginiamoci se ci si rivolge al Padre e alla Madre Celeste. L’alpino che “sacramenta” non è altro che un volgare maleducato. Abbiamo forse dimenticato che gli alpini sulle Alpi Carniche, quelle che io conosco bene, durante la Prima Guerra, gli alpini nella ritirata di Russia, gli alpini di fronte alla morte su ogni campo di battaglia non bestemmiavano? Mai, ma conservavano la loro ultima voce per invocare: “Signor, judimi, Madonute, judaimi!”. Quell’affermazione, poi, secondo la quale in quelle situazioni critiche che hanno acceso la lingua dell’alpino alla “sacramentata” il Gesù di Nazareth sarebbe “di sicuro presente e vicino”, mi giunge di una gravità assurda, quasi che il Cristo confermi, con la propria prossimità e simpatia, l’atteggiamento blasfemo. Non mi scriva, per favore, parole di conforto o di misericordia o di commiserazione o di vituperio, giacché so che lei è molto bravo nel volgere il discorso a vantaggio e affermazione del suo punto di vista che io in questo caso non condivido, tanto più perché proviene da un uomo di Chiesa. Se crede di poter pubblicare questa mia, lo faccia per favore in versione integrale, altrimenti la cestini.

    Annamaria Brovedan, socia aggregata Gruppo di Paularo, Sezione Carnica

    Non userò né il conforto, la misericordia, la commiserazione o il vituperio. Non è ciò che le manca. Eventualmente a farle difetto è la mancanza, sulla sua tavolozza, dei colori pastello. Che io abbia legittimato l’uso della bestemmia o che sia disposto a chiudere un occhio è quello che ha capito lei o ha voluto capire. Parlare di sacramentare non è necessariamente sinonimo di bestemmiare. C’è l’imprecazione, la parolaccia, la ribellione… E qualche volta c’è anche la bestemmia. La morale mi ha insegnato che è dal cuore, dalle intenzioni che si evince la gravità morale di un gesto o di una parola. La forma è sempre uguale, ma la sostanza si differenzia. Ci sono dei momenti di disperazione in cui l’urlo di una creatura più che un’offesa a Dio è un grido disperato di aiuto. Ci sarà un motivo perché il Beato Carlo Gnocchi parlando degli alpini e delle loro drammatiche vicende ebbe a scrivere che Dio li ha trovati degni di sé, pur conoscendo bene a quali situazioni fossero arrivati. Ho sempre paura, signora, quando si confonde la morale col moralismo. La prima si propone di aiutare le persone a crescere, la seconda si limita a condannarle.