La macchina del volontariato

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    Gli alpini in soccorso alla popolazione civile, modalità operativa che oltre alle Truppe Alpine, specie negli ultimi 50 anni, ha coinvolto l’Ana in maniera importante, contribuendo a consolidarne prestigio e considerazione tra la popolazione. È stato questo il tema sviluppato a Udine, nell’auditorium del Palazzo della Regione, per la serie di conferenze “Alpini 1872- 2022, le Truppe da montagna custodi della memoria ed esempio di solidarietà” promosse da Ana e comando Truppe Alpine nell’anno del 150º di fondazione del Corpo degli Alpini. Sollecitati dalle domande di Mauro Azzi coordinatore della rassegna (che da poco ha assunto anche la carica di Segretario generale dell’Associazione), sono intervenuti il magg. gen. Sergio Santamaria, alpino, Ispettore Tramat (Trasporto materiali dell’Esercito), Filippo Masina ricercatore dell’Università di Siena e Sisto Russo, coordinatore delle associazioni di volontariato del Dipartimento nazionale della Protezione Civile.

    L’introduzione è toccata, come sempre nella rassegna, al gen. C.A. Ignazio Gamba, comandante delle Truppe Alpine e al nostro Presidente nazionale Sebastiano Favero. «L’opera di protezione civile – ha sottolineato Gamba – ci consente di comprendere meglio il valore della sinergia tra alpini in armi ed in congedo, che in questa missione specifica possono far valere spirito di abnegazione, valori umani e preparazione tecnica: siamo i migliori perché abituati ad agire in ambiente ostile, facciamo di tutto perché gli altri tornino a baita e poi ci basta una pacca sulla spalla».

    Gli ha fatto eco, rendendo omaggio a Paola Del Din, classe 1923, presente in sala, Medaglia d’Oro al V.M. per la Resistenza, il Presidente Favero, ricordando che «non dobbiamo avere paura di mantenere un’unione stretta tra alpini in armi e in congedo, fondata su valori e condivisione di ideali; siamo vicino alla gente e la gente ci vuole bene». Masina ha tracciato con efficace sintesi un excursus sulla protezione civile dell’Ana, ricordando che già tra il 1919 ed il 1928 l’Associazione si adoperava a sostegno delle famiglie dei commilitoni provate dalla guerra e che si era attivata anche per la tragedia in Val di Scalve nel 1923, per l’alluvione in Polesine del 1951 e per il disastro del Vajont del 1963. «Ma è col terremoto del Friuli nel 1976 – ha ricordato – che il salto di qualità avviene su larga scala e porta all’organicità di una specialità sino ad allora solo in embrione».

    Dopo quel disastroso sisma l’Ana si mosse subito, con il suo Presidente Bertagnolli, comprendendo che serviva coordinamento: «Ben 11 i cantieri attivati; dagli Usa arriveranno ingenti contributi direttamente agli alpini e si lavorerà sino all’82, in base allo slogan com’era, dov’era per mantenere vivo il tessuto sociale, indice di lungimiranza valoriale». Centrale la figura di Giuseppe Zamberletti che dal Friuli trasse indicazioni preziose per creare la protezione civile, che ebbe la spinta decisiva dopo la tragedia di Vermicino, in cui morì il piccolo Alfredino Rampi.

    Zamberletti capì anche – ha sottolineato Masina – che i primi ad agire dovevano essere sempre i sindaci, per la loro conoscenza di luoghi e persone; in questo ambito l’estesa ramificazione dei gruppi Ana era perfetta per questa esigenza». Una ramificazione che vide nascere i primi nuclei di Pc nel 1980 e a cui seguì il potenziamento delle strutture di intervento, compreso l’Ospedale da campo. La Pc alpina raggiunse così rapidamente un elevato grado di specializzazione e i numeri di volontari messi in campo furono rilevanti (15mila in Friuli nel ’76, 8.000 in Piemonte nel ’94, 6.300 in Emilia nel 2012, ecc.).

    Il magg. gen. Santamaria ha invece evidenziato la rilevanza dell’intervento operativo dell’Esercito nelle operazioni di protezione civile: «Siamo un soggetto ideale – ha detto – perché concepiti per vivere e operare in un ambiente degradato come quello bellico. L’esigenza fondamentale è sempre operare in sicurezza e con professionalità: lo spontaneismo è lodevole, ma nelle grandi calamità crea solo problemi; dopo il sisma del Centro Italia abbiamo spesso dovuto aiutare i soccorritori volontari che giungevano sul posto senza organizzazione. Grazie alle nostre dotazioni e procedure, siamo intervenuti per sgomberare macerie, ripristinare strade, tutelare il patrimonio artistico, per l’emergenza neve, abbiamo portato foraggio per animali e persino le lenticchie per la semina a Castelluccio di Norcia».

    Drammatici ma significativi gli interventi degli alpini in armi nei racconti dell’alto ufficiale: dal terremoto nel Lazio del 2016, contraddistinto da scosse ripetute e distanziate anche di mesi, col crollo che tutti ricordiamo del campanile di Amatrice all’intervento tra montagne di neve in soccorso all’hotel di Rigopiano travolto dalla valanga. A Sisto Russo è toccato invece inquadrare la complessa gestione delle attività di volontariato in ambito protezione civile: «Queste realtà – ha ricordato – sono sessanta e l’Ana può esserne considerata la capofila. Le realtà regionali sono ventuno, tutte differenziate ed è importante crescere come struttura operativa: per questo in giugno a Roma si sono tenuti gli stati generali del volontariato, nei quali ogni tavolo ha portato un arricchimento nell’ottica di un partenariato con gli enti pubblici sempre più stretto, ma comunque sempre complesso, per il quale servono punti di equilibrio». Anche Russo ha sottolineato la necessità di coinvolgere sempre di più i giovani (con un riferimento neppure troppo velato all’importanza che per questi avrebbe una forma di servizio al Paese), anche attraverso nuove strategie di comunicazione: specie adesso che stiamo scontando un “vuoto” lasciato da due anni di pandemia. «Comunque – ha concluso – è bello sapere che adesso possiamo contare su un volontariato che è anche propositivo».

    ma.cor.