La bellezza della naja

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    Voglio innanzitutto esprimerle il mio apprezzamento per la sua rubrica che permette la massima libertà di espressione e le conseguenti giuste e ponderate risposte. Ho svolto la naja nel 1969/1970 presso il 4º Alpini, brigata Taurinense, 21ª cp. di Dronero (Cuneo). Per poter partire subito (più di 8 mesi di attesa) rinunciai al corso sottufficiali, essendo diplomato, già in ritardo alla chiamata a causa del rinvio per studi (la mia leva è del 1947). Inizialmente ho incontrato alcune difficoltà soprattutto al corso mortaisti alla caserma Testa Fochi di Aosta, sia per il nonnismo per la dura disciplina a cui non ero abituato. Ho trascorso 15 mesi in una realtà completamente nuova e totalmente diversa da quella vissuta sino ad allora, assai libera e spensierata nonché priva di qualsiasi responsabilità. Con il trascorrere dei mesi ho assimilato un forte spirito di Corpo e imparato ad affrontare le difficoltà con estrema decisione e determinazione. La naja mi è servita per rafforzarmi nel carattere che ha permesso poi di superare le varie future vicissitudini negative che la vita mi ha purtroppo riservato. Mi ha fatto altresì apprezzare certi valori quali la libertà, il rispetto e la disciplina, valori quanto mai così utili e necessari ai giovani d’oggi ed è per questo che mi auguro che ritorni nella scuola la materia “educazione civica” ed il ripristino della leva per ambedue i sessi, anche per una continuità storica dell’Arma così tanto amata e importante del nostro Paese. W gli alpini e W l’Italia.

    Stefano Baldizzone, Vallecrosia (Imperia)

    Il tuo scritto, caro amico, potrebbe essere la migliore risposta a quanti sostengono che la naja l’hanno fatta storcendo il naso. Si sa che domare un animale allo stato brado non è cosa semplice. Questo è ovvio, ma verrebbe da dire che il morso risulta tanto più difficile e nello stesso tempo efficace, soprattutto per gli esemplari che ne hanno maggiore bisogno.