L'ammainabandiera della nave Alpino

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    Gli onori ricevuti nel corso di una cerimonia organizzata dal Dipartimento della Marina Militare di La Spezia, presente una rappresentanza dell’ANA.

    Penetra nell’anima il fischio modulato del nocchiere che precede l’Inno di Mameli suonato dalla Banda Dipartimentale. L’equipaggio della nave, ormeggiata al molo della base, è schierato a poppa, due marinai sono ai piedi del pennone. A terra, una compagnia in armi della Marina rende gli onori. Poi, lentamente, la Bandiera di Guerra viene ammainata. Un marinaio la piega, la consegna al capitano di fregata Giuseppe Grasso che, tenendola sul palmo delle mani, scende la scaletta e consegna la Bandiera all’ammiraglio di squadra Giuseppe Lertora.

    La Bandiera sarà custodita nel museo della Marina. Finisce così l’epopea della fregata Alpino , il cui nome è un omaggio alle penne nere. Un nome che è stato trasmesso a varie unità da quando il primo Alpino trasportò in Libia, nel 1911, un reggimento di alpini in quella che doveva essere, nelle intenzioni colonialiste l’altra sponda dell’Italia . E Alpino fu battezzata una delle due unità (l’altra era il Carabiniere ) costruita nei cantieri di Riva Trigoso e consegnata alla Marina nel gennaio del 1968.

    Era dotata di 6 cannoni automatici da 76/62, un armamento antisommergibile, un lanciabombe, due lanciasiluri e tre elicotteri sul castello di prua. Aveva 264 uomini d’equipaggio. Il motto della nave la dice tutta: Di qui non si passa : le stesse parole che si leggono in un cartello metallico all’inizio del sentiero, scavato durante la grande guerra nella roccia, che dall’altopiano del Pasubio conduce a valle. Era il motto voluto dal generale Pelloux: Il motto degli alpini, per me, si riduce a queste poche parole: di qui non si passa . Gli alpini lo avevano ripreso e lo difesero con la loro vita, impedendo agli austroungarici di dilagare nella pianura e puntare su Venezia.

    La cerimonia, austera come il momento imponeva, era gravata da un senso di tristezza, reso più pesante dallo squallore del luogo e dal tempo inclemente. L’ammiraglio Lertora ha passato in rassegna il reparto in armi e i numerosi ufficiali che negli anni ebbero il comando della fregata, la rappresentanza dell’Associazione Marinai e la nostra delegazione ANA guidata dal vice presidente nazionale Gian Paolo Nichele, con i vessilli delle Sezioni di Alessandria, Milano, Parma, Savona, Massa e La Spezia.

    Numerosi i gagliardetti. Tutto si svolge in fretta, e alla fine resta l’amarezza di qualcosa che non c’è più: quella nave è solo un qualcosa che galleggia e che presto toglierà l’incomodo. Ma resta la memoria degli alpini, resta quel simbolo che ha solcato tanti mari, resta il ricordo della Bandiera di Guerra dell’ Alpino che ha sfilato con tutti gli onori resi dalle Penne Nere alle nostre Adunate.

    Perché gli alpini hanno sempre considerato loro quella Bandiera, anche se veniva portata, a buon diritto e con orgoglio, da marinai. Del resto, marinai e alpini hanno condiviso spesso la stessa sorte, basti soltanto un nome: Gemona. In questi ultimi quarant’anni la Alpino ha navigato in pace, in missioni di soccorso, in esercitazioni Nato, è stata una scuola per tanti giovani che hanno dedicato la loro vita al mare. Gli alpini le hanno sempre voluto bene. Grazie di tutto, Alpino .