Io sono il mio cappello

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    Ultimamente e sempre più spesso, mi sono chiesto se fosse arrivato il momento di fermarmi a riflettere e magari mettere nero su bianco. Quindi eccomi qui. Sono un uomo di 65 anni e ormai il più è fatto. Dopo un’adolescenza post sessantottina, piena di rabbia e contestazione confusa, sono partito a fare il militare: 1975, battaglione alpini Mondovì, Castagnaretta, Cuneo.

    Non ne avevo voglia, lo sentivo e vivevo come un’imposizione. Quindi cercavo tutte le possibilità per tornare a casa. Non capivo e forse non avevo il coraggio di fare come alcuni che cercavano di rompersi dita, piedi e comunque farsi male per finire a casa. Quindi cercavo di stare nell’anonimato o comunque nel “mucchio”.

    Eravamo duemila reclute, tutti uguali da dietro. Solo di fronte potevi capire se era la persona che avevi, comunque da poco, conosciuto. Della mia zona non c’era nessuno. Ricordo che una volta, mentre eravamo schierati, chiesero chi aveva la patente e mi proposi: mi trovai a guidare una carriola piena di materiale organico e terra. Questo confermava la mia teoria di rimanere nell’ombra.

    Feci una naja insulsa, senza mai entrare nell’anima alpina. Ero diplomato e questo comportava qualche problema, tipo i gradi, che puntualmente non cucivo sull’uniforme. Tradotto: giorni di punizione. Possibilità di lavorare in ufficio: no grazie. Sapevo l’inglese, mi chiesero di entrare in forza alla Nato. Spaventato, declinai. Non stavo bene, avevo una sensazione di malessere che portavo dentro tutti i giorni, non capivo cosa fosse.

    Un giorno presi una specie di influenza, con febbre alta, e mi mandarono all’ospedale di Torino. Conobbi altri militari imboscati e mi proposero di fermarmi a lavorare in ospedale per ottenere una convalescenza più lunga. Accettai. Mi sentivo un recluso e iniziavo a capire che non stavo facendo la cosa giusta. Era come sentirsi sporco. Finii il mio periodo al distretto di Genova.

    Da civile, ripensando alla mia esperienza, sono sempre stato assalito dalla sensazione di aver fatto una cosa sbagliata, di aver tradito lo “spirito alpino”. Mi sono laureato in pedagogia e poi per una serie di eventi sono diventato infermiere professionale. Tante altre soddisfazioni, ma mi mancava sempre qualcosa. Fino a che un giorno mi sono arruolato nel Corpo militare della Croce Rossa Italiana. Ho indossato ancora l’uniforme, partecipando a tante missioni nazionali come sanitario. Mi sono reso conto che quella vecchia sensazione di malessere si stava piano piano dissolvendo. Un giorno il mio comandante mi ha chiesto se volevo partecipare a missioni all’estero e ho accettato. Dopo molti corsi di preparazione mi dissero che dovevo partire per l’Afghanistan. Paura? Sì.

    Tra le lezioni ce n’era una che avrebbe dovuto prepararci ad una eventuale cattura (in quel periodo circolavano immagini in cui si vedeva come tagliavano le teste ai prigionieri). Continuavo a dirmi che nel mio lavoro ero bravo, che avrei potuto fare la mia parte. Partenza: destinazione Herat. Ho trascorso quattro mesi con gli alpini della Julia. Nel primo periodo dentro la base, mi hanno “pesato e osservato”: Role 1 Italiano, Role 2 Spagnolo.

    Passato alla forza Aeromedical Evacuetion Teams iniziava il periodo più operativo. Fino ad uscire di pattuglia con i Lince, ma soprattutto con gli alpini. In certi posti e in certe situazioni si formano amicizie indescrivibili e non vivibili in ambito civile. Una sera, sotto un cielo di stelle mai visto in vita mia, in mezzo al niente, raccontai ad alcuni ragazzi la mia sensazione di aver fatto male l’alpino. Rimase lì, sospesa tra una terra spoglia e un profondo cielo stellato.

    Non ne parlai più. Finché un giorno in un’ennesima uscita mi diedero il battesimo, con una loro patch della Julia. Un abbraccio mai provato, ero uno di loro! Finii il mio turno di quattro mesi, pieno di momenti sereni e momenti difficili dove ho sempre vissuto lo “spirito alpino”. Ho continuato in altre missioni con il Corpo Militare Cri: in forza con l’Aeronautica (Medevac sui C130), sulle navi della Marina e tanto altro, cercando di portare avanti quello che i ragazzi alpini della Julia mi avevano insegnato e trasmesso.

    Oggi sono iscritto al gruppo alpini della zona dove abito e partecipo come infermiere alle attività dell’Ospedale da campo dell’Ana di Orio al Serio. Ho il mio cappello alpino e vi ho messo quasi tutti i nastrini meritati nel tempo. Non nascondo che subito mi sembrava eccessivo, ma poi mi sono detto con orgoglio: “Io sono il mio cappello”.

    Giulio Valdenassi