In vista del voto tutti alpini?

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    Non so quanti di voi, e non me ne vogliate del dubbio, abbiano letto il romanzo di Pirandello: Uno, nessuno, centomila. Quando all’inizio del secolo scorso, l’autore siciliano portò a compimento dopo oltre due decenni di lavoro la sua opera, il mondo non era attraversato solo da una Grande guerra. Sul versante culturale, il padre della psicanalisi, il tedesco Sigmund Freud, aveva da poco descritto la complessità dell’universo interiore dell’uomo, lasciando capire quale complessità di situazioni più o meno consce stesse dietro i comportamenti umani. Cosa e chi si nasconde dietro i nostri modi di essere? Da qui il personaggio del romanzo, certo Vitangelo Moscarda, figura immatura, vanesia e inconcludente. Ma chi era realmente Vitangelo? Tutto era possibile, da uno a centomila diversi identikit, in base alla percezione che la gente aveva di lui.

    Pensavo al Moscarda e mi veniva spontaneo associarlo ai tanti politici, o aspiranti tali, bramosi di una posizione di rendita sopra qualche scranno nazionale, regionale, o quello più umile di qualche municipio nostrano. Gente di tutti i colori politici, a destra e a manca, perché nulla, più dell’abito del potere, omologa rendendo conformisti quelli che lo indossano. Una corsa sgomitante che ispira perfino tenerezza, nel vedere con quanta sfrontata ingenuità spingono per entrare nelle varie realtà associative sperando di portare nelle urne preziosi bocconi. Un camaleontismo estemporaneo (ecco il Moscarda!), pronto a calarsi nei vari gruppi, indossando o servendosi dei loro simboli identificativi di appartenenza. Noi alpini ne sappiamo qualcosa, e non è storia solo di questi giorni.

    La gente ci stima e poi siamo in tanti. E allora perché non andare a caccia dei nostri voti, ammiccando da qualche foto col cappello in testa o con i nostri simboli in bella evidenza? Poi la grana finisce puntualmente sulla scrivania del direttore de L’Alpino travolto dall’indignazione. “Basta, è una vergogna, e perché non scrivi”? Lettere, telefonate, mail, sms… Perfino all’ultima Assemblea generale, quella tenutasi a Piacenza il mese scorso, si è sollevato il problema in termini di principio. Di mio dirò soltanto che nessuno di noi può impedire a qualcuno di agghindarsi come meglio crede. Dovrebbe essere il suo buon gusto a impedirgli di strumentalizzare le varie realtà associative che frequenta, anche se Chateaubriand diceva che il gusto è il buon senso del genio.

    Quindi… Dirò invece due cose a noi alpini, due cose semplici e precise. La prima è il fatto che i politici indossano i nostri simboli perché qualcuno di noi glieli fornisce, prestandosi al gioco. Ingenuità, euforia, passione politica? Non lo so, ma so che senza la nostra disponibilità a fornire il materiale che ci appartiene, nessun potrebbe girare per l’Italia e sui media ostentando i nostri simboli. Da qui la seconda considerazione sull’urgenza di ridare spessore vincolante a quel principio del nostro Statuto, secondo il quale noi siamo una Associazione apartitica.

    È una regola che ci ha consentito di attraversare un secolo di vita, segnato da violente contrapposizioni ideologiche, uniti e indenni. Mantenere fede a questa ispirazione è l’unica condizione per garantirci il futuro, più importante ancora dei numeri associativi, che è uno dei temi che più ci sta a cuore in questa fase storica. Dobbiamo essere convinti, fino al coraggio di denunciare chi viola questa ispirazione, che qualsiasi spaccatura si dovesse verificare tra noi per ragioni partitiche, finirebbe per diventare una strada di non ritorno verso un destino di crisi irreversibile.

    È questo il primo virus che dobbiamo combattere, sapendo che come cittadini siamo liberi di parteggiare per chi ci pare e piace, ma come alpini deve prevalere l’identità del nostro stare insieme a prescindere dai gusti politici, unica condizione perché il Corpo cui apparteniamo rimanga tale senza spaccature. Oltretutto gli uomini passano, compresi i politici, mentre gli alpini sono chiamati a trasmettere valori che valgono per tutti e per tutti i tempi.

    Bruno Fasani