Il momento del ricordo

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    Solo il terremoto del Friuli nel 1976 aveva avuto la meglio sul perpetuarsi del tempo del pellegrinaggio in Adamello. Quell’anno gli alpini preferirono i cantieri edili alle rocce granitiche, vivendo appieno il famoso motto alpino “ricordare i morti, aiutando i vivi”. Purtroppo la storia – si sa – a volte tende a ripetersi. E così, in questo stranissimo 2020 – anno prodigo di disgrazie per il nostro Paese già sufficientemente provato – anche il 57º pellegrinaggio in Adamello è rimasto, per così dire, “vittima” della pandemia.

    Come per l’Adunata e le tante, tantissime manifestazioni alpine, anche questo grande evento, che ogni anno porta gli alpini e i pellegrini sulle alte vette che furono teatro della Guerra Bianca, dovrà attendere tempi migliori. Ma gli alpini – ben si sa – sono piuttosto di “capa dura” e, pur essendo per loro natura degli inguaribili ribelli, hanno tuttavia voluto seguire, come in tutte le battaglie, il cuore che diceva loro: «Dobbiamo ricordare comunque e dovunque i nostri morti». Domenica 26 luglio scorso, passando dal Passo del Tonale, una piccola fol- Il momento la di turisti, motociclisti di passaggio e alpinisti ritardatari, si è fermata davanti al Sacrario che sta a confine tra Trentino e Lombardia, chiedendosi come mai un centinaio di alpini sostasse lì davanti.

    Un occhio più attento ha subito individuato il Presidente nazionale Sebastiano Favero che, accompagnato da diversi Consiglieri nazionali, attendeva l’inizio della breve ma toccante cerimonia di commemorazione dei Caduti di quella guerra adamellina. Con lui diversi Presidenti sezionali con i rispettivi vessilli; immancabili ovviamente i “padroni di casa” di Vallecamonica e Trento che sin dall’edizione numero uno si alternano fraternamente nell’organizzazione. A coronare la sinergia, non solo nominale, con i reparti in armi, alla cerimonia non ha voluto mancare il comandante delle Truppe Alpine gen. C.A. Claudio Berto, con alcuni collaboratori.

    Che dire: parafrasando indegnamente una ben più celebre epigrafe, si può senz’altro affermare che “mancò l’altitudine, non l’onore”. Forse qualcuno avrà storto il naso nel valutare l’inutilità di fare un Adamello senza Adamello; certo è che il momento del ricordo e dell’unione spirituale, che ha accomunato in uno i Caduti della guerra adamellina ed i soci “andanti avanti” nel corso della recente pandemia, ha certamente legittimato l’editio minor di questo evento. E se è pur altrettanto vero che domus domini in vertice montium (la casa del Signore sta in cima alle montagne), non può certamente negarsi che «il fare memoria – come ha avuto modo di rimarcare il Presidente Favero nel suo intervento – è uno dei capisaldi incrollabili del nostro fare Associazione, ecco perché oggi abbiamo comunque fortemente voluto essere qui».

    Insieme, ma distanziati, con questo strano accessorio in faccia, che livella i lineamenti e nasconde però anche le emozioni che sono affiorate mentre lo sguardo si perdeva verso il Presena. Arrivederci all’anno prossimo, perché “per gli alpini non esiste l’impossibile!”.

    Paolo Frizzi