Il metalinguaggio di un’Adunata

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    Di professione fa l’ingegnere e ha girato il mondo facendo tanti di quei soldi da lastricare Piazza Duomo. Vive a Milano, attorniato dai nomi che contano, nel mondo degli affari che contano. Lo vedo per una consulenza professionale. Mi chiede dell’Adunata, sapendomi alpino. Prima di dirgli la mia impressione, cerco di capire la sua. Ero molto diffidente, mi dice. Mi ero anche informato su quali strade passare per evitare l’onda delle penne nere. Ma, a bocce ferme, devo ammettere che avete lasciato la città più bella e ordinata di quando ve l’abbiamo consegnata. Me lo dicevano, ma non ci credevo. E avete anche riscaldato il cuore, seminando intorno i colori dell’entusiasmo e il calore dell’animo. Da non crederci. Al telefono mi chiama Anna. Ha dieci anni e l’ho invitata con i genitori a vedere la nostra festa. Dice che non si era mai divertita così. Ed è sincera. Si sente. È solo dispiaciuta che non siano venute anche le sue amiche, perché davvero sarebbe stato il massimo condividere con loro. Gongola pensando che si è fatta il selfie con la ministra Trenta. Non sapeva che fosse così importante. Lei non se ne rende conto, ma forse all’Adunata ha ricevuto la sua prima vera lezione di educazione civica. Ha imparato qualcosa di questo Stato cui appartiene e ha visto quanta gente lo ha servito e continua a servirlo, grazie anche a quegli uomini rumorosi e gioiosi che hanno la penna sul cappello. Un ingegnere di 70 anni e una bambina di dieci. Nessuno dei due alpino, eppure entrambi stregati dagli alpini. Mi sono soffermato su di loro, perché è da loro che ci viene il ritorno più importante di ciò che siamo davanti al mondo e la misura della nostra capacità di segnare il solco con la nostra presenza. È dalla loro voce che comprendiamo la potenza del metalinguaggio dei nostri gesti senza parole, che trasmettono incontenibile voglia di gioire, di cantare, di fare festa. Non perché siamo dei buontemponi, ma perché ci siamo “drogati” della bellezza dello stare insieme, attraverso la forza della relazione che poi finiamo per declinare nella solidarietà, nello spirito di Corpo, nelle note di un canto o nei ritmi di una fanfara. In una preghiera per chi è “andato avanti”, o per l’esultanza di un fiocco nuovo appeso sulla porta di casa. Veci e bocia, nonni e bambini, giovani e adulti, uomini e donne, generazioni senza barriere e senza pregiudizi. Per il resto l’Adunata è stata bella, grandiosa. E va detto grazie alla Sezione di Milano che ha conosciuto la fatica di rendere fruibile una delle più grandi metropoli europee. Forse dovremmo pensarci, davanti a qualche bandiera mancante, che arredare una città con oltre un milione di abitanti non è lo stesso che farlo con una di centomila. Ma c’è una seconda ragione di compiacimento ed è legata alla copertura mediatica che abbiamo avuto in questa occasione. E non si è trattato soltanto di una copertura di cronaca, garantita anche nelle altre Adunate. L’impressione è che la concentrazione delle più importanti testate nel capoluogo lombardo, in occasione del Centenario dell’Ana, abbia in qualche maniera risvegliato una coscienza civica collettiva di cui i mezzi di informazione si sono fatti eco e portavoce, dopo esserne stati contagiati. Un servizio di grande rigore professionale, ma anche una corale sintonia di intenti, di cui li vogliamo ringraziare con sincera gratitudine.

    Bruno Fasani