Il fronte dei ricordi

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    Cammina con passo deciso, calza scarponi pesanti eppure con ampie falcate mangia veloce la strada che ha sotto i piedi: un passo un metro. Mi fa segno da lontano, allunga il braccio e si presenta: «Buongiorno sono Livio. Adesso saliamo con la seggiovia, su un pezzo, poi camminiamo. La porto a vedere dove ho trovato l’alpino, intanto però guardiamo i ripristini che ho fatto». Il tono alto della voce infila le parole l’una dopo l’altra, rapide e senza pause. Si avvicina allo zaino, mi dice che è quello in dotazione all’esercito svizzero, «lo sollevi!», quasi impossibile con una mano, almeno per me. Saranno 25 chili, forse più.

    «È sempre così eh! anzi alle volte anche più pesante, quando ci sono lavori grossi da fare. Fortuna che c’è il mio mulo che mi aiuta…» e sottovoce rivela «si arrabbia se lo chiamo così!». Sorridendo indica un ragazzo poco distante: sulle spalle uno zaino aggrappato alla schiena, uno spezzone di cavo metallico e tra le mani una pala. «Sono Stefano, suo figlio. Piacere». Gli occhi verdi, allungati. I capelli schiariti dal sole d’alta quota, indisciplinati, color del miele. Uno sguardo sereno di chi ha trovato nella natura la sua dimensione. Guardo le cime sopra di noi, non è dolomia o almeno non solo. Siamo nel gruppo della Marmolada, sulla catena del Monzoni Costabella. Una lunga cresta di guglie massicce, di cime e forcelle, in cui rocce nere vulcaniche si mescolano a pallidi blocchi calcarei. Ci incamminiamo e mi sembra di stare dietro alla mia nonna, quando da piccola, la seguivo nelle faccende di casa: Livio e Stefano si fermano, si chinano e spostano ogni sasso che ostacola il sentiero.

    «Mi fanno un sacco di danni i temporali, guardi qui! L’ho pulito la settimana scorsa…». Stefano, invece, procede silenzioso. Tra loro parlano il ladino, una lingua antica, un idioma ricco di zeta dolci che suona come una nenia di malga. Giungiamo a Passo delle Selle e cominciamo a salire verso la via attrezzata “Bepi Zac”. In poco più di venti minuti siamo faccia a faccia con la roccia, un dedalo di spigoli e guglie, di postazioni e gallerie. «Sei tu Livio?» chiede un uomo poco dietro di noi. «Sì, sono io Livio “bomba”. Mi conoscono dappertutto persino a Roma!».

    «Ci eravamo incontrati lo scorso anno, io vengo sempre in vacanza qui», continua lo sconosciuto. «Sono un alpino» dice. E Livio «anche io! ero esploratore nel Morbegno a Vipiteno», poi continua «ecco qui c’erano gli austriaci, venite, venite dentro. Questa è la postazione di un cecchino». E proseguiamo il cammino con Antonio, nuovo compagno, alla fine saremo in dieci perché Livio è come una calamita che attira a sé ogni viandante e lo conduce in un viaggio nel tempo, appassionante e mai uguale. Arriviamo davanti a una camera scavata nella montagna, lì dormivano gli austriaci, ci sono ancora i letti e la carta catramata che riveste e isola la roccia. Racconta Livio che qualche anno fa trascorse una notte lassù, alzandosi cinque volte per sgomberare l’entrata dalla neve portata dal vento, «fuori meno 20, ma dentro non faceva freddo! C’era 1 grado e io avevo solo il mio sacco a pelo.

    Pensate ai soldati, ma ci rendiamo conto di quello che hanno dovuto passare?» è una frase che ripete spesso quando parla dei giovani in guerra, di tutti, alpini e fanti e bersaglieri. Kaiserjäger e kaisershützen, non fa differenze, per lui sono uomini di valore che hanno combattuto e sofferto allo stesso modo. «Verso la fine degli anni Sessanta, allora avevo dodici anni, andavo spesso alla ricerca di reperti con un vecchio recuperante di Moena nelle zone del Passo San Pellegrino. Gli volevo bene come fosse mio nonno.

    Ricordo che in prossimità delle linee sulle creste del Costabella, il materiale ferroso era quasi tutto in superficie, era facilissimo tornare a valle con lo zaino pieno di reperti. Continuai a frequentare il vecchio fronte della Grande Guerra per anni e anni e mi resi presto conto che tutto quello che vedevo e raccoglievo faceva parte della storia e che le opere belliche non dovevano essere distrutte ma ripristinate». Il cielo si gonfia di nuvole, l’aria incalza. Dopo quattro ore in cresta cominciamo a scendere, abbiamo ancora da visitare il luogo dove Livio ha ritrovato lo scheletro di un alpino morto durante un attacco al Sasso di Costabella, cento anni fa. In cammino chiedo a Stefano un po’ della sua vita.

    D’inverno è maestro di sci e d’estate lavora accanto a suo padre, dove c’è bisogno. «Ecco è lì» e mi indica un canalone sotto al Sasso di Costabella. «Il temporale ha scavato la montagna e sono riaffiorati gli scarponi. Ma mio padre ha visto subito che c’erano delle ossa, così abbiamo ricomposto il corpo accanto a quello sperone di roccia. Poveretto». Aveva sogni e una vita anche lui. Ed è morto qui, durante un assalto. «Era un alpino del Capitano» mi dice Stefano. E di Capitano, da queste parte ce n’è uno solo: Arturo Andreoletti 7º Alpini, btg. Val Cordevole comandante, nel 1915-1916, la zona Seràuta-Marmolada.

    Il suono dei campanacci delle mucche si fa sempre più vicino, lasciamo libere le gambe e ci abbandoniamo alla discesa sull’erba. In un’ora siamo giù. Ci salutiamo davanti a un bicchiere, come fa la gente di montagna, di quei fazzoletti di terra legati a tradizioni, dialetti, antiche usanze dove le strette di mano sono un vincolo, la parola data, una promessa. Gente avversa ai lamenti perché consapevole che è la natura a segnare il passo, il destino a scolpire la vita. Uomini come Livio che alla fine di una giornata a scarpinare, mi guarda e mi dice, finalmente dandomi del tu: «Scrivilo mi raccomando, che io voglio bene agli alpini anche se non vado alle Adunate. Perché Livio “bomba” deve stare qui a sistemare le montagne» e con un’occhiata abbraccia l’orizzonte, come guardasse la sua casa, e sorride contento.

    Mariolina Cattaneo