Il bene del fare

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    Povera terra bellunese! Il 29 ottobre scorso un “nemico” piomba dall’alto. Non parla tedesco, bensì il linguaggio della natura scatenatasi sopra un preesistente dissesto idrogeologico. È una seconda Caporetto che stende Agordino, Comelico, Zoldo, Valbelluna e Feltrino. In Alpago i 4 milioni di metri quadri della frana del Tessina – la più grande d’Europa – si rimettono minacciosi in moto. Bombe d’acqua fanno esondare i torrenti. Folate di vento a oltre 200 km orari stroncano le linee elettriche. Per parecchi giorni strade interrotte e niente energia. In molti paesi si sta al buio, al freddo, muti i telefoni. La natura ridisegna la morfologia dolomitica più delle mine di cent’anni fa su Col di Lana, Castelletto, Sief, Lagazuoi, Marmolada, Forcella V, e ancora. La catastrofica combinazione acqua/vento ci ricorda subito l’alluvione del novembre 1966 che lassù fece 26 morti. Ora il disastro sembra maggiore. “Solo” quattro morti, ma il peggio tocca a paesi rivieraschi e boschi violentati senza pietà. Un “Attila” invisibile non ha avuto pietà alcuna. Così raggiungere quelle contrade nei giorni seguenti sembra un pellegrinaggio da un cimitero all’altro. In agordino la valle di S. Lucano arde ancora per un enorme incendio sulle Pale e Taibon è al contrario sott’acqua. C’è fango in ogni dove, i pesci guizzano sull’asfalto, il lago di Alleghe esonda, le dighe sono a rischio. Fa davvero piangere il cuore lo sconvolgimento della Val Pettorina: Rocca Pietore ed i Serrai di Sottoguda – uno dei borghi più belli d’Italia – sono irriconoscibili. Stesse scene in Val di Zoldo, Zoppè di Cadore, Val Visdende, ma l’elenco è più lungo. La cruda realtà appare subito agli occhi dei volontari di Protezione civile, Vigili del fuoco, Soccorso alpino e Forze dell’ordine. La macchina dei soccorsi, grazie all’allerta dei giorni precedenti, argina al meglio l’emergenza, mentre i valligiani si sono già rimboccati le maniche per liberare case e strade in un’autentica gara contro il tempo. Si contano i danni, forse 46 milioni di euro ad una prima stima. Si contano i “morti” sul campo: nel bellunese 90 ettari di bosco perduti, nel Veneto 300.000 alberi, ci vorrà mezzo secolo per ripristinarli. È una visione desolante: gli alberi al suolo sembrano ordinati l’uno accanto all’altro come soldati falcidiati da fuoco nemico dentro la trincea. Non c’è ancora un minimo di normalità e già molti volontari sono arrivati da zone italiane colpite da calamità negli anni scorsi, pronti a restituire la solidarietà. Sono attive le raccolte di fondi (Ana compresa), l’albo d’oro della generosità è un florilegio di cittadinanza responsabile. Un vittoriese chiede ai familiari: «Al mio funerale raccogliete soldi per il bellunese». Un bimbo commuove tutta Italia: Achille, 9 anni, di Mira, offre cinque euro al sindaco di Rocca Pietore: «Mi piace molto andare in montagna e vorrei rivedere le montagne con i boschi». A Belluno gli immigrati di “Insieme per il bene comune” offrono il cous cous della solidarietà per raccogliere denari per gli alluvionati. E gli sciacalli di turno rubano carburante dai generatori dell’Enel, mentre il 17 novembre scosse di terremoto allarmano il Comelico… Nessun piagnisteo, alle istituzioni i bellunesi chiedono: «Dateci le risorse per risollevarci, ma fate presto, l’inverno è alle porte!». Infatti già si pensa ad aprire gli impianti sciistici. E qualcuno sentenzia: «Quassù in ginocchio ci si mette solo per pregare. E allora, forza e coraggio! ». La razza Piave non molla. Oggi come cent’anni fa!

    Dino Bridda