I Alpini no i more mai

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    Sulle orme dei Padri, per non dimenticare: è stato il motto della 79ª Adunata. Ma sarebbe riduttivo dello spirito che ci ha portati alla Colonna Mozza se tutto si riducesse a un pellegrinaggio più numeroso dei tradizionali. Giustamente, il nostro presidente nazionale Corrado Perona spiega che ricordare non basta , che bisogna anche saper andare avanti e darsi da fare. Se non fosse così vivremmo soltanto di ricordi, mentre occorre avere anche un comune disegno per il futuro, delle cose da fare. Che sono tante.

    Era qualche anno ormai che da più parti veniva suggerito un ritorno alle fonti, allo spirito che portò i reduci su quella montagna che mostra ancora oggi evidentissimi, a novant’anni di distanza, i segni dei terribili scontri di cui fu teatro. Non mancavano coloro che pur non senza fondamento profetizzavano difficoltà insormontabili: logistiche, pratiche, perfino meteorologiche. Ma gli alpini, testardi, hanno fatto quell’Adunata impossibile perché era giunto il momento di fermarsi per poter ripartire con nuove energie, nuove idee, progetti.

    Per svincolarsi da un ripetitivo che rischiava sia pur ipoteticamente di trasformarsi in un rituale più obbligatorio che sentito. Nei pellegrinaggi all’Ortigara gli onori ai Caduti venivano presentati al momento della deposizione d’una corona alla cappella del Lozze. Quest’anno i sentieri ancora innevati che portano alla vetta sono stati percorsi insieme dagli Alpini del 7º e dagli alpini in congedo: un momento di unità il cui significato simbolico va ben oltre il semplice protocollo.

    Sempre, in un ciclo di corsi e ricorsi, quando la società privilegia modelli assoluti (tutti devono conformarsi alla moda, essere belli, ricchi, affascinanti e di successo) si assiste a una riconversione del singolo ai valori fondamentali, ai sentimenti, alla natura, quasi venisse spontanea la ricerca degli opposti e necessario un ritorno agli archetipi che sottendono la nostra società. Da quel Convegno del 1920 tutto è cambiato.

    La stessa Associazione è cambiata, sia pur nella continuità. L’ultima novità, in ordine di tempo, l’ha portata la sospensione (chissà perché continuiamo a chiamarla così) della leva, che ha drasticamente ridotto l’armonioso ricambio generazionale degli alpini. Questa rivoluzione epocale ha trovato la nostra Associazione schierata sul fronte della solidarietà, impegnata nella realizzazione di progetti di grande valenza sociale, nel rilancio delle sezioni del Centro Sud determinante bacino di reclutamento delle Truppe alpine; nella valorizzazione dei giovani, risorse indispensabili per l’esistenza stessa della nostra Associazione.

    La stessa struttura dell’ANA è andata potenziandosi, con l’istituzione di un Centro Studi, di una Onlus; la stampa alpina si è sviluppata ed è diventata una palestra di idee; la rete informatica costituisce una formidabile risorsa in continua evoluzione ed è una grande finestra aperta sul vasto panorama associativo; la nostra Protezione civile ha, anche, un posto preciso nelle strutture istituzionali regionali e nazionali.

    Tutto ciò impone, imponeva, un ritorno a come eravamo, allo spirito dei nostri Padri, all’ascolto dei nostri Padri. A Evaristo, glorioso Ragazzo del ’99 andato avanti pochi giorni fa, che nel congedarsi dal nostro presidente in visita a fine marzo alla sezione del Brasile, lo ha salutato sventolando la mano e dicendogli con un sorriso: I Alpini no i more mai .