GRAN BRETAGNA – Ciao grande vecio

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    Adolfo Dellapina se ne è andato a 98 anni, il 13 luglio scorso nella sua casa a Londra. Era reduce, il grande vecio della Sezione Gran Bretagna. Nato il 21 aprile 1922 sugli Appennini, a Borgo Val di Taro (Parma). Frequentò fino alla sesta elementare ed è a scuola che studiò inglese per tre anni, “in pratica fin che Mussolini mantenne un buon rapporto con la Gran Bretagna!”, diceva sorridendo. Divenne alpino il 22 marzo 1941 nell’ 8º reggimento, btg. Tolmezzo, divisione Julia e fu congedato il 15 luglio 1946, cinque anni dopo.

    Dal Distretto di Parma partì per Tolmezzo in Friuli per cinque mesi di addestramento, poi fu assegnato alla Compagnia mortai da 81 e promosso sergente. A fine estate del ’42 partì per la Russia: “Fummo radunati a Cargnacco, vicino a Udine, dove arrivò il Re a passarci in rassegna prima che salissimo sui treni diretti in Russia. Fino al Brennero si viaggiò di notte e spessissimo il treno si fermava perché c’erano gli aerei che bombardavano i convogli. Si arrivò a destinazione dopo due settimane di viaggio in vagoni merci: 40 uomini e 8 muli”. Il destino di Adolfo è simile a quello di molti altri, il destino fu dalla sua e riuscì a tornare a baita: “Alla fine ho camminato 750 chilometri! Siamo arrivati a Brest Litovsk e quindi in Polonia, dove ci hanno disinfettato e lavato con l’acqua fredda di una pompa!

    Ci han tolto gli stracci che avevamo addosso mettendoli a bollire nelle caldaie. Ogni tanto arrivavano i feriti che finivano sul treno in partenza per l’Italia… fino a che giunse il nostro turno di salire sui convogli. Passato il Brennero, ricordo che la popolazione ci accolse molto male, come fossimo degli straccioni. Ci mandarono a casa in licenza. Al rientro, ci destinarono alla zona di Pulfero contro i ribelli jugoslavi, che spesso ci attaccavano la notte. Quindi ci fu l’8 Settembre: noi eravamo a Caporetto, in una caserma; non c’erano ufficiali, e tra commilitoni si pensò di scappare per evitare di essere presi dai tedeschi. Così corsi fuori, lasciai la divisa presso una famiglia del luogo e indossai abiti civili, partendo a piedi alla volta di Borgotaro con altri parmensi, premurandomi di evitare le grosse stazioni.

    A casa trovai mio fratello più giovane, classe 1925, i miei genitori e le mie quattro sorelle. Vivevamo in campagna lontano dal centro di Borgotaro. Ci richiamarono alle armi con la Repubblica Sociale; il prete di Belforte (frazione di Borgotaro) ci incitava ad andare con i partigiani. Decisi di seguire il suo suggerimento e andai sulle montagne”. Poi la guerra finì e come molti, costretto dalle precarie condizioni economiche dell’Appennino, Adolfo emigrò in Scozia con sua moglie nel 1953. Si diceva che in Gran Bretagna cercassero personale di servizio domestico che fosse senza figli. Dopo qualche mese, soffrendo di ulcera, andò all’ospedale italiano di Londra dove, tra l’altro, lavorava sua sorella.

    Decise di rimanere nella città del Big Ben e lavorò come maggiordomo (butler in inglese) nella famiglia di un gran ufficiale in pensione a Chester Square, mentre sua moglie lavorava in cucina. Nonostante la guerra, l’emigrazione e i sacrifici di una vita, Adolfo si riteneva fortunato e questo misura la cifra dell’uomo.