Giulio Bedeschi

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    “Dal momento in cui il magazziniere lo sbatte in testa al bocia giunto dalla sua valle alla caserma, il cappello fa la vita dell’alpino; sembra una cosa da niente, a dirlo, ma mettetevi in coda a un mulo e andate in giro a fare la guerra, e poi saprete”. Il cappello alpino Giulio Bedeschi (Arzignano, 31 gennaio 1915 – Verona, 29 dicembre 1990) lo calzò con i fregi del 3º artiglieria da montagna e nel 1942 fu trasferito sul fronte russo, come ufficiale medico della Julia, vivendo la tragedia della Ritirata e guadagnandosi due Croci di guerra al Valor Militare. In quei frangenti il sottotenente Bedeschi venne incaricato di tenere il diario della 13ª batteria, dove annotò azioni, eventi e nomi dei Caduti e da quel taccuino prese spunto per scrivere la sua opera più bella e famosa, Centomila gavette di ghiaccio. Un libro autobiografico, con molti nomi di fantasia ma che ripropone gli avvenimenti in modo preciso e racconta una tragedia che sembrava indescrivibile: “In questa storia la guerra è vista, per così dire, dalla parte dei morti, che non hanno conti da rendere né posizioni da sostenere”, scrisse Bedeschi. Il libro ebbe una vita travagliata: terminato nel 1945 venne riscritto poiché la prima stesura si perse nell’alluvione del Polesine del 1951.

    Poi per anni Bedeschi incontrò il rifiuto delle case editrici, poco affascinate dal tema della guerra, finché nel 1963 Mursia decise di darlo alle stampe. Il pubblico decretò il successo, suggellato dal Premio Bancarella e da numerose ristampe che nel tempo hanno portato le copie vendute a oltre 4 milioni, con molte traduzioni in lingua straniera. Centomila gavette di ghiaccio ebbe il merito di dar voce alla tragedia degli alpini nella Seconda guerra mondiale, intercettando le generazioni che non avevano vissuto quel periodo, tanto da venir scelto per le letture didattiche proposte dalle scuole. Alla professione di reumatologo Bedeschi aggiunse l’impegno letterario e giornalistico che lo portò a diverse collaborazioni e a continuare la produzione letteraria con Il peso dello zaino, ideale proseguimento di Centomila gavette di ghiaccio, in cui si narra del rimpatrio degli alpini e i concitati eventi relativi all’armistizio (ricordiamo che dopo l’8 settembre 1943 Bedeschi aderì al Partito Fascista). Nel 1972 pubblica La rivolta di Abele – sempre con protagonisti gli alpini – e La mia erba è sul Don che vuole raccontare l’esperienza della guerra alle giovani generazioni “per il superamento degli attuali conflitti fra generazioni e fra genti, fra ideologie e occulti interessi, mirando alla possibile superiore intesa: non più gli uomini contro l’uomo, ma finalmente gli uomini per l’uomo”. Dagli anni Settanta si dedicò anche alla memorialistica, curando una serie di volumi di C’ero anch’io sulle più grandi vicende delle penne nere, a Nikolajewka, in Africa, sui fronti greco-albanese, russo, balcanico, in prigionia e della popolazione sul fronte italiano. Altri racconti inediti e lettere diventeranno materiale per due libri pubblicati postumi: Il Natale degli alpini edito nel 2003 e l’anno successivo Il segreto degli alpini, curato dalla moglie Luisa Vecchiato.