Dicono di lui…

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    Mario Rigoni Stern

    «Segni di croce sugli alpini» Struggenti le parole di Mario Rigoni Stern, anch’egli alpino della Tridentina, reduce di Russia e autore di libri famosi come “Il sergente nella neve”: «Chissà quante volte, don Carlo, in quelle notti o in quei giorni ci siamo sfiorati. Noi del 6º eravamo davanti a fare punta di rottura e dopo ogni battaglia si doveva riprendere il cammino per non permettere all’avversario di richiudere la porta appena aperta e così da far proseguire nel varco la lunga colonna. Tu, don Carlo, poiché non c’era il tempo, né era possibile seppellire le spoglie dei nostri compagni, raccoglievi i piastrini di riconoscimento. E benedivi e assolvevi in articolo mortis noi che andavamo avanti. A volte, nelle tue memorie di quei giorni, quando le ragioni dello spirito apparvero come steppa immane, il tuo essere uomo di grande fede e di profonda cultura ti prendeva la mano; ma il tuo spirito di uomo responsabile ti fa scrivere: “Ma non è forse spietato quello che sto per dire? Non è bene che le madri ignorino per sempre la sofferenza dei loro figli? Eppure se la memoria dei morti deve essere sacra e il loro sacrificio indimenticato, se qualche peso di giustizia deve avere per noi e per essi il sangue versato, bisogna pure che si sappia!”. Ciao don Carlo. Mi sembra di rivederti su un dosso della steppa, solo, staccato, affaticato, incrostato di neve e con una coperta sulle spalle tracciare con fatica un segno di croce su una lunga fila di alpini in cammino e poi anche tu riprendere la strada. Dopo tanti anni quella tua benedizione ancora me la porto addosso e spero mi giovi nell’ultima ora per farmi da lasciapassare verso l’ultimo presidio».

    L’avvocato Peppino Prisco:

    «Un faro per la nostra Italia» Anche l’avvocato Peppino Prisco, già vicepresidente dell’Associazione Nazionale Alpini e reduce di Russia, scomparso nel 2001, era legato da profondo affetto a don Carlo. Così lo ricordava: «Nel giugno ’42 la incontrai alla stazione di Milano: al mio saluto affettuoso lei rispose con altrettanto affetto: “Sunt adrée a partì per la Russia”. Potevo dire anch’io quelle parole, ma non ne ebbi il tempo, o l’emozione mi bloccò. Poi ci furono i lunghi e tremendi mesi sul fronte russo: Iddio volle che in pochi riuscissimo a tornare. Venni a trovarla e nonostante il suo invito al ‘tu’ più intimo tra ufficiali, io continuai con il più deferente ‘lei’: mi parlò del suo progetto di assistenza ai mutilatini che stava già realizzando e che ai più, ai troppi orientati soltanto a lucrare, sembrava un compito impossibile. Ma sappiamo tutti come lei ci riuscì. Incontrando il Santo Padre insieme con la ‘sua’ Fondazione mi sono sentito come quando, diciottenne, avevo conosciuto lei… Poi tornando a Milano, ho pensato alle tante miserie dell’Italia di oggi, vittima di un lento, progressivo e inesorabile decadimento non solo economico, ma anche e soprattutto civile e morale. Quanto ci manca un don Gnocchi, come sarebbe importante per noi avere uomini della sua forza d’animo, della sua levatura morale e della sua fede: potremmo finalmente immaginare un futuro migliore. Speriamo che tu, don Carlo (finalmente accolgo quel lontano appello!) possa dall’alto, con le tue preghiere, consentire a noi che siamo sopravvissuti a tante vicende in guerra e in pace di intravedere qualcosa di positivo per i nostri figli, per la nostra Italia».

    Ugo Balzari, milanese, classe 1922, reduce alpino

    Venne arruolato il 7 gennaio 1942 come portaordini sciatore del Battaglione Edolo. Partiva ai primi di luglio dello stesso anno inquadrato nella divisione alpina Tridentina. Destinazione Russia, a fianco dell’alleato tedesco. Oltre 220.000 italiani impegnati sul fronte, di loro 104.000 meno di un anno dopo erano morti o spariti per sempre nei gulag siberiani. L’ordine della ritirata lo portò proprio Balzari con gli sci alle postazioni avanzate dell’Edolo, sul Don, nel villaggio di Bassovka. Erano le 17,30 del 17 gennaio. Tre giorni dopo, alle porte dell’abitato di Skororyb, il primo massacro per mano di un nemico cento volte più forte. «Fu allora che conobbi un santo. Era don Gnocchi, cappellano del 5° Alpini, umano sempre. Avevo compiuto da poco 20 anni. Il 19 gennaio il Battaglione Edolo arrivò a Skororyb. Sul filo della “balka”, così si chiamavano le colline, stagliati nel cielo grigio di neve vedemmo quattro carri armati russi e slitte con mitragliatori pesanti condotte da soldati siberiani. Seguì un combattimento durissimo. Conquistammo il paese al termine di un vero e proprio massacro di uomini, da ambo le parti. La sera stessa don Gnocchi chiese al maggiore Belotti, comandante dell’Edolo, di avere a disposizione quattro alpini: voleva ritornare sul campo di battaglia a benedire i morti. Gli vennero accordati. Tra di loro c’ero anch’io. “Ragazzi, coraggio – ci disse don Carlo –. Dovete dispormi i corpi in maniera che io possa fare il segno della croce sulla loro fronte. Coraggio… Scucite le piastrine di riconoscimento che stanno sotto il bavero: me le consegnerete in isba”. Carponi nella neve, ricomponemmo i corpi di quei ragazzi. In ginocchio, passando da un morto all’altro, sentivo don Carlo ripetere: “Dio perché, perché Dio?”. Quando poi si accorse che sistemavamo soltanto i nostri alpini, ci raccomandò: “No, ragazzi. Non solo gli alpini. Anche i russi, i siberiani. Tutti! Perché qui siamo tutte creature di Dio…”».

    Marco Beraldin, reduce Sollies Pont (Francia)

    Sono un reduce della Tridentina, classe 1922, originario di Bassano del Grappa e da 47 anni emigrato in Francia per lavoro. Ho letto su L’Alpino l’articolo su don Carlo e mi è venuta una stretta al cuore. Facevo parte del btg. Genio e don Carlo l’ho conosciuto nel settembre del 1942 a Kalinovka. Io ero marconista e ci tenevamo in contatto con la divisione Julia e con la Tridentina, comandata dal gen. Reverberi. Mai visto un uomo così nervoso… è lui che il 26 gennaio del 1943 gridò Tridentina avanti e ci portò alla salvezza. Rividi don Carlo prima di partire per l’Italia il 5 marzo del 1943 e celebrò la Messa ai piedi di un vagone merci, e alla lettura del vangelo ci fece piangere tutti: il nostro pensiero, disse, va a tutti i compagni che lasciamo qua in terra straniera, vittime del dovere. Poi da giugno fino a settembre del 1943 il nostro battaglione era accampato a Bressanone: ogni domenica don Carlo veniva a celebrare la Messa alla quale assisteva sempre il gen. Reverberi. In seguito fui internato in Germania per due anni. Qualche anno fa quando don Carlo fu beatificato a Milano, il direttore di allora Vittorio Brunello mi scrisse e alla vigilia della cerimonia mi telefonò per dirmi di venire a Milano, che mi aveva prenotato una camera in albergo. Gli risposi che non sarei potuto venire perché mia moglie era caduta e non potevo lasciarla sola. La cerimonia della beatificazione l’ho vista in televisione. Monsignor Enelio Franzoni «Sorretto dalla forza di Cristo»

    Monsignor Enelio Franzoni, cappellano militare emerito e reduce di Russia, Medaglia d’Oro, lo ricordava con parole commosse:

    «Nella ritirata di Russia c’era anche don Carlo Gnocchi come cappellano degli alpini. Preso fra gli stenti, a un certo momento non ce l’ha fatta più. È stato trovato in mezzo alla neve come tanti altri, un punto nero in mezzo alla massa bianca che diceva: “Lasciatemi qui, andate pure. Io non ce la faccio più”. Ma qualcuno, guardando bene, l’ha riconosciuto: “Ma questo è don Gnocchi!”. E l’hanno caricato su una slitta insieme a tanti altri: era stracolma, ma per don Carlo un piccolo spazio fu trovato. I cappellani nella campagna di Russia sono stati diversi, uno più bravo dell’altro, ma non certamente santi come don Gnocchi: egli è stato sorretto da questa forza, da Cristo Signore. È da Lui che ha preso l’idea di tutte le meraviglie che ha compiuto ed ha trovato in Lui la forza di continuare ancora a camminare, da Cristo Signore che gli ha fatto sentire la Sua stessa compassione per il dolore umano, soprattutto per il dolore dei bambini». Lodi a don Carlo Gli alpini lodigiani sono legati alla grande figura di don Carlo Gnocchi, nato a San Colombano al Lambro. Vivere all’ombra di un Santo come don Carlo è un privilegio e una sfida. I suoi insegnamenti hanno tracciato la via per tutti noi, una strada non sempre facile ma sicuramente emozionante e gratificante. Negli anni ho conosciuto molte penne nere e ho capito che questi sentimenti sanno esprimerli compiutamente, ogni giorno. Il Gruppo di Lodi ha sempre cercato di ricordare il Santo alpino in ogni occasione. In tutti i nostri anniversari abbiamo inserito il suo ricordo, collaborando profondamente con la Fondazione Don Gnocchi e mons. Bazzari. Un ricordo su tutti quello di domenica 15 novembre 2009. Il nostro Gruppo fece la scorta alla traslazione di una reliquia del Beato portata a spalla da quattro alpini, dalla casa natale fino alla chiesa parrocchiale per poi partecipare alla prima Messa, presieduta dal vescovo di Lodi Giuseppe Merisi. Io ero tra i portatori e quello che ricordo è un’immensa emozione, ero completamente assorbito da quello che stavo facendo che solo quando tornai a casa mi accorsi di avere la spalla completamente escoriata dal peso della portantina. Oggi il Gruppo di Lodi è attivo sul territorio e non dimentica di ricordare a tutti i fedeli lodigiani l’esempio di don Carlo, condividendo il ricordo di quell’uomo eccezionale. Quest’anno ricorre il nostro 95º di fondazione e per questo anniversario abbiamo deciso di realizzare striscione verde con la scritta “Gruppo alpini Lodi nel sessantesimo del nostro cappellano” che useremo nelle nostre cerimonie. Gli appuntamenti e le occasioni non mancheranno. Il Capogruppo Roberto Tummiolo