COMO – Il fiore degli alpini

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    Quando il virus ci ha imposto di stare lontani, distanti, chiusi ciascuno nella propria casa, a tanti è sembrato impossibile trovare forme concrete e autentiche di aiuto. Ma non agli alpini, che hanno da sempre nel loro Dna il gene della generosità, un seme che germoglia in mille fiori diversi. I fiori degli alpini hanno intrecciato durante l’emergenza una rete di solidarietà e soccorso reciproco che ha regalato un sorriso, qualche volta commosso, portato la spesa, costruito e ristrutturato ospedali, raccolto fondi, consegnato mascherine e medicinali, supportato le forze municipali, pulito cimiteri, portato tempestivamente in ospedale chi aveva bisogno d’aiuto.

    L’alpino Marco Minoretti (nella foto), Capogruppo di Castelmarte dal febbraio 2013, coltiva questo fiore speciale: da quasi dieci anni presta un servizio di volontariato presso l’associazione Sis Canzo dove, oltre a svolgere trasporti di persone con vari gradi di disabilità e per i più disparati servizi di tipo ospedaliero, si rende disponibile per le emergenze del 112, gestite dalla centrale di Como, Villa Guardia. Con l’arrivo della pandemia, Marco e tutta l’associazione si sono trovati coinvolti in prima linea nella battaglia per affrontare l’emergenza trasportando con le autoambulanze pazienti con sintomatologie ascrivibili a quelle del virus.

    Abbiamo pensato di fare con Marco una chiacchierata al telefono per farci raccontare la sua esperienza e le sue emozioni. «Quando arrivava dalla centrale la chiamata per un intervento con l’indicazione probabile di Covid-19 – ci spiega Marco – solo un componente dell’equipaggio cominciava la vestizione di quella tuta diventata ormai familiare e restava solo nel vano sanitario dell’ambulanza, che veniva chiuso e isolato dal resto della squadra». Anche in un momento così delicato, incerto e complesso, l’attenzione alla persona e al suo benessere è rimasta prioritaria: «Nel mio caso, svolgendo il ruolo sia di autista sia di capo equipaggio, ho avuto a che fare con persone affette da sintomi attribuibili al Covid-19 e devo dire che sono stati interventi straordinari proprio perché mi sono trovato a operare da solo, in rapporto diretto con il paziente e tutto dipendeva unicamente da te (anche se l’ambulanza era in contatto radio con la centrale operativa).

    Ho sempre cercato di rassicurare il sofferente dal punto di vista emotivo, data la comprensibile preoccupazione del suo stato di salute e la pericolosità della patologia, di confortarlo affinché non si sentisse mai solo e abbandonato. Nessun congiunto infatti può accompagnarlo per ovvi motivi di sicurezza e anche successivamente, dopo il ricovero in ospedale, l’unica consolazione gli sarà rivolta dal personale medico e infermieristico». È con queste parole che Marco ci ricorda, dalla sua posizione di addetto ai lavori, lo sforzo senza precedenti profuso da tutto il personale medico, infermieristico e di pubblica assistenza: «Con straordinarie energie è stata data ampia dimostrazione di professionalità, di dedizione e di amore per il prossimo sofferente».

    E proprio nella difficoltà, nell’incertezza e nel timore di questa emergenza si scopre quanto sia importante che ciascuno faccia la sua parte e quanto quei gesti cambino innanzitutto la vita di chi regala la propria solidarietà, come ci racconta Marco: «Ci sono esperienze che trasformano l’esistenza di un uomo, questa così tragica e complicata ha modificato radicalmente la mia vita. Le immagini e i filmati che i media hanno diffuso e che nessuno potrà mai dimenticare spero servano vivamente a restaurare in tutti il senso di umanità e altruismo che molte volte manca; e soprattutto che questa esperienza abbia insegnato che nel momento del bisogno non esiste più l’io, ma solo il noi».

    Tiziano Tavecchio